Se dovessi consigliarvi qualche album italiano degli anni ‘70, a prescindere dal genere e dallo stile, ma basandomi sull’originalità, sull’abilità compositiva e sulla forza emozionale non avrei dubbi: sicuramente “Inferno” dei Metarfosi sarebbe tra i primi che citerei.
Non trovo molte parole per descrivere questo lavoro, secondo il parere di chi scrive, uno dei punti più alti del progressive rock italiano e non, ricchissimo delle più disparate influenze rimanendo comunque chiaro e godibile in ogni sua sfaccettatura.
“Inferno” è il secondo album di una band tanto grandiosa quanto poco conosciuta al giorno d’oggi al grande pubblico: i Metamorfosi.
Formatisi nel 1970 per volere del carismatico e abilissimo leader Jimmy Spitaleri e del tastierista Enrico Olivieri, registrano e pubblicano due album (1972, “..e fu il sesto giorno” e il nostro “Inferno”, 1973) per poi interrompere l’attività musicale solo pochi anni dopo, nel 1975.
Nell’ultimo decennio la band è tornata in attività, con la pubblicazione di “Paradiso” nel 2004 senza dimenticare la rinnovata attività concertistica (inoltre nel 2009 Spitaleri è entrato a far parte delle Orme in sostituzione dello storico Tagliapietra, registrando con la band l’ultima fatica in studio “La via della Seta”, 2011).
Oltre ai già citati fondatori troviamo nella line up che registò “Inferno” Roberto Turbitosi al basso, già in forze alla band dal disco precedente, e la nuova entrata dietro le pelli di Gianluca Herygers.
L’album si propone come un dantesco viaggio all’Inferno, tra i peccati e i lati oscuri dell’essere umano, nei gironi dove eternamente si dannano gli avari e i violenti, i lussuriosi e gli assassini, senza dimenticare i “più attuali” razzisti e spacciatori di droga.
Mai più sound fu più adatto per rappresentare questa discesa agli inferi: il ruolo predominante delle tastiere crea atmosfere grandiose, tra l’epico e l’inquietante, il malinconico e l’euforico.
I ricchissimi cambi di tempo rendono questa lunghissima suite una creatura dalle mille facce, alcune dalla bellezza incredibile altre dalla smorfia di disperazione.
Un sunto di quello che sentiremo è il primo brano, “Introduzione” che nei suoi sette minuti (è il pezzo più lungo) dimostra le incredibile risorse della band: l’apertura organistica è di grande effetto, la voce di Spitaleri sicura e declamatoria si posa sopra al malinconico suono di un clavicembalo, che verrà poi sostituito dai più moderni sintetizzatori che creeranno una vera e propria cavalcata strumentale tra le più efficaci dell’album.
Il viaggio inizia con l’incontro con Caronte dopo il passaggio attraverso alle severe porte dell’Inferno, che invitano alla liberazione da ogni speranza e a rassegnarsi ad un’eternità di dolore e sofferenza.
Il primo grande incontro si ha con gli spacciatori di droga, in un episodio ricco di forza e di pathos, dove troviamo anche una sezione strumentale all’altezza di quella già ascoltata nel brano di introduzione.
Uno dei pezzi migliori di tutto il lavoro.
Con “Lussuriosi” l’atmosfera cambia, a metà tra il tragico e il rassegnato, una dichiarazione di presa coscienza dei propri peccati che posa sopra una bella base di clavicembalo.
E dopo di loro troviamo gli “Avari”: ancora un cambio di atmosfera, ma sempre una triste constatazione della pena eterna per i peccati commessi sulla Terra.
Ottimi i passaggi di synth tra una strofa e l’altra.
“Violenti” e “Malebolge” ci accompagnano in altri gironi, tra ritmiche cangianti e bellissimi passaggi di organo (vero e proprio strumento principale dell’album), frasi soliste di synth e atmosfere evocative; in “Malebolge” la voce di Spitaleri da una delle sue prove migliori, accompagnato da una sezione ritmica dove è chiaramente possibile ascoltare il basso, prima forse un po’ nascosto.
E’ il turno degli “Sfruttatori” e dei “Razzisti”, ai quali sono affidate terribili pene; la musica è ancora grandiosa e ricchissima, efficace in ogni sua soluzione, piena di espdienti sonori totalmente azzeccati (l’alternarsi tra organo e synth per esempio).
Giungiamo alla fine del viaggi con “Lucifero (Politicante)” e “Conclusione”; nel primo caso vale quanto già detto, mente il secondo brano è un bell’outro di circa un minuto e mezzo, che citando Dante narra del ritorno alla situazione terrena e dell’abbandono delle terre infernali.
Un viaggio da fare, senza se e senza ma.
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venerdì 20 maggio 2011
lunedì 16 maggio 2011
Le Orme - Uomo di Pezza (1972)
Abbiamo parlato delle Orme di recente, concentrandoci su quel “Collage”, che usci’ nel 1971 portando con sé una ventata di freschezza nel panorama musicale italiano.
Infatti “Collage” dimostrava come la voglia di sperimentare, di assimilare le infinite influenze che provenivano dall’Inghilterra e dagli Stati Unita, di puntare a qualcosa di più che alla composizione di semplici canzonette da classifica era più che mai viva in una moltitudine di musicisti e band che non aspettavano altro che la scintilla di innesco.
L’album fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno, con le sue divagazioni strumentali, l’organo di Pagliuca che si lanciava in soli frenetici, tra influenze classiche e attitudine psichedelica, il tutto senza mai rinnegare la forma della canzone tanto cara al pubblico italiano dell’epoca.
Il beat era infatti ancora il massimo al quale una giovane band doveva puntare per avere successo sicuro; ma il trio di Mestre non si accontenta più di scalare le classifiche con facilità, mantenendo un’immagine schiava della moda e del gusto del pubblico (se vogliamo, la figura dei Beatles e delle band inglesi della seconda metà del decennio precedente era più che mai pressante su chi si dedicava alla musica pop in italia).
Quale fu questa goccia che fece traboccare il vaso stagnante della musica italiana?
Un viaggio.
Fu proprio provvidenziale viaggio di Pagliuca (tastiere, organo e il nuovissimo,per l’Italia, sintetizzatore) in Inghilterra, dove venuto a contatto con le più disparate realtà rock e pop, da Jimi Hendrix agli Yes grazie all’amicizia con il fotografo specializzato in stampa musicale Armando Gallo, capisce come il beat non sia giunto che al suo tramonto e la nuova via della sperimentazione può aprire orizzonti inaspettati.
Al ritorno in Italia espone le idee agli altri due membri del gruppo (ricordiamo, Michi Dei Rossi alla batteria e Aldo Tagliapietra alla voce e basso/chitarra); qualche mese di ritiro in una baita in assoluta tranquillità, circondati solo da strumenti di ogni genere e dalle più disparate idee e spunti musicali, e i tre danno alla luce “Collage”.
Il resto è storia.
L’album di cui voglio parlare è il successivo, datato 1972; grandissimo successo discografico e ancor meglio grandissima prova di originalità e idee valide, “Uomo di Pezza” si colloca come uno dei lavori più rappresentativi della scena italiana, non ancora definibile progressive rock ma sulla buona strada per esserlo.
Infatti il genere era definito all’epoca semplicemente come “pop” (lo stesso Pagliuca da questa definizione in un‘intervista con Renzo Arbore risalente a circa un anno prima), cioè quanto bastava per rendere calzante la differenza col beat, visto come vero e proprio stile da superare e innovare.
L’introduzione bachiana (ispirata ad una ciaccona del fondamentale compositore) di “Una dolcezza nuova”, che apre l’album, è ampiamente rappresentativa del nuovo modo di comporre della band, maturata dopo la composizione di “Collage”; fondamentale anche l’acquisizione di una sicurezza maggiore sullo stile e sulla conduzione delle canzoni.
Notiamo da questo primo pezzo come la canzone, intesa come forma musicale, sia ancora la struttura prediletta dalla band, la quale non ancora compie il passo successivo, ovvero quello della “messa in crisi” della stessa, per avvicinarsi ad un processo compositivo che sarà tipico del progressive più maturo.
Con “Gioco di Bimba” siamo di fronte alla più grande hit delle Orme, vero e proprio successo discografico; questo non vuol dire che il brano sia musicalmente banale o obsoleto, anzi, risulta proprio innovativo nell’utilizzo di alcuni accorgimenti che esulano dalla normale canzone beat.
Innanzitutto un tempo diverso dai canonici quattro quarti oltre alla grande varietà coloristica degli strumenti della band, il tutto su una struttura a prima vista semplice ma non scontata.
Più interessante è però al successiva “La Porta chiusa”, canzone proposta ancora oggi nei live della band, dal grande impatto dato dal riff portante di synth e dalla seconda parte strumentale, senza dubbio definibile progressive e questa volta senza cautela.
Una introduzione a metà tra il sognante e l’acidità psichedelica apre “Breve Immagine”, che con il suo incedere si dimostrerà strettamente legata al panorama pop italiano, in contrapposizione con il brano più sperimentale di cui abbiamo parlato in precedenza.
Molto bella è “Figure di cartone”, dal testo malinconico e dall’andamento omogeneo, arricchita da un bel solo di Tony Pagliuca alle tastiere e dall’incedere ritmico e cadenzato della chitarra acustica.
Chiudono l’album “Aspettando l’alba” e “Alienazione”; il primo si dimostra come uno dei brani più belli dell’album, grazie alla melodia vocale e all’accompagnamento acustico contrapposto al suono elettronico e moderno delle tastiere e dei synth, mentre il brano conclusivo non è altro che un outro strumentale dove ogni componente della band dimostra una certa abilità tecnica sui propri “ferri” (sulla quale comunque non dubitavamo!).
In conclusione “Uomo di Pezza” è un grande album, fondamentale per capire una scena in evoluzione come quella italiana nei primi anni ‘70, e prova di come la musica la nostra penisola abbia vissuto tempi di grandissima ricchezza, fantasia e capacità musicale.
Infatti “Collage” dimostrava come la voglia di sperimentare, di assimilare le infinite influenze che provenivano dall’Inghilterra e dagli Stati Unita, di puntare a qualcosa di più che alla composizione di semplici canzonette da classifica era più che mai viva in una moltitudine di musicisti e band che non aspettavano altro che la scintilla di innesco.
L’album fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno, con le sue divagazioni strumentali, l’organo di Pagliuca che si lanciava in soli frenetici, tra influenze classiche e attitudine psichedelica, il tutto senza mai rinnegare la forma della canzone tanto cara al pubblico italiano dell’epoca.
Il beat era infatti ancora il massimo al quale una giovane band doveva puntare per avere successo sicuro; ma il trio di Mestre non si accontenta più di scalare le classifiche con facilità, mantenendo un’immagine schiava della moda e del gusto del pubblico (se vogliamo, la figura dei Beatles e delle band inglesi della seconda metà del decennio precedente era più che mai pressante su chi si dedicava alla musica pop in italia).
Quale fu questa goccia che fece traboccare il vaso stagnante della musica italiana?
Un viaggio.
Fu proprio provvidenziale viaggio di Pagliuca (tastiere, organo e il nuovissimo,per l’Italia, sintetizzatore) in Inghilterra, dove venuto a contatto con le più disparate realtà rock e pop, da Jimi Hendrix agli Yes grazie all’amicizia con il fotografo specializzato in stampa musicale Armando Gallo, capisce come il beat non sia giunto che al suo tramonto e la nuova via della sperimentazione può aprire orizzonti inaspettati.
Al ritorno in Italia espone le idee agli altri due membri del gruppo (ricordiamo, Michi Dei Rossi alla batteria e Aldo Tagliapietra alla voce e basso/chitarra); qualche mese di ritiro in una baita in assoluta tranquillità, circondati solo da strumenti di ogni genere e dalle più disparate idee e spunti musicali, e i tre danno alla luce “Collage”.
Il resto è storia.
L’album di cui voglio parlare è il successivo, datato 1972; grandissimo successo discografico e ancor meglio grandissima prova di originalità e idee valide, “Uomo di Pezza” si colloca come uno dei lavori più rappresentativi della scena italiana, non ancora definibile progressive rock ma sulla buona strada per esserlo.
Infatti il genere era definito all’epoca semplicemente come “pop” (lo stesso Pagliuca da questa definizione in un‘intervista con Renzo Arbore risalente a circa un anno prima), cioè quanto bastava per rendere calzante la differenza col beat, visto come vero e proprio stile da superare e innovare.
L’introduzione bachiana (ispirata ad una ciaccona del fondamentale compositore) di “Una dolcezza nuova”, che apre l’album, è ampiamente rappresentativa del nuovo modo di comporre della band, maturata dopo la composizione di “Collage”; fondamentale anche l’acquisizione di una sicurezza maggiore sullo stile e sulla conduzione delle canzoni.
Notiamo da questo primo pezzo come la canzone, intesa come forma musicale, sia ancora la struttura prediletta dalla band, la quale non ancora compie il passo successivo, ovvero quello della “messa in crisi” della stessa, per avvicinarsi ad un processo compositivo che sarà tipico del progressive più maturo.
Con “Gioco di Bimba” siamo di fronte alla più grande hit delle Orme, vero e proprio successo discografico; questo non vuol dire che il brano sia musicalmente banale o obsoleto, anzi, risulta proprio innovativo nell’utilizzo di alcuni accorgimenti che esulano dalla normale canzone beat.
Innanzitutto un tempo diverso dai canonici quattro quarti oltre alla grande varietà coloristica degli strumenti della band, il tutto su una struttura a prima vista semplice ma non scontata.
Più interessante è però al successiva “La Porta chiusa”, canzone proposta ancora oggi nei live della band, dal grande impatto dato dal riff portante di synth e dalla seconda parte strumentale, senza dubbio definibile progressive e questa volta senza cautela.
Una introduzione a metà tra il sognante e l’acidità psichedelica apre “Breve Immagine”, che con il suo incedere si dimostrerà strettamente legata al panorama pop italiano, in contrapposizione con il brano più sperimentale di cui abbiamo parlato in precedenza.
Molto bella è “Figure di cartone”, dal testo malinconico e dall’andamento omogeneo, arricchita da un bel solo di Tony Pagliuca alle tastiere e dall’incedere ritmico e cadenzato della chitarra acustica.
Chiudono l’album “Aspettando l’alba” e “Alienazione”; il primo si dimostra come uno dei brani più belli dell’album, grazie alla melodia vocale e all’accompagnamento acustico contrapposto al suono elettronico e moderno delle tastiere e dei synth, mentre il brano conclusivo non è altro che un outro strumentale dove ogni componente della band dimostra una certa abilità tecnica sui propri “ferri” (sulla quale comunque non dubitavamo!).
venerdì 13 maggio 2011
Area - Crac! (1975)
Gli Area sono stati uno dei gruppi più innovativi della scena italiana durante quel fantastico periodo in cui la musica italiana riusci’ a tener testa all’egemonia britannica: gli anni 70’.
Gli Area rappresentano poi un caso praticamente unico nel nostro paese dove, mai prima d’ora, un gruppo si era spinto tanto oltre nello sperimentare nuove sonorità e nel fondere stili differenti.
Free jazz, musica elettronica, musica etnica e rock si fondono grazie al lavoro di questi 5 musicisti, riuscendo a creare delle musiche che influenzeranno le generazioni successive fino ai giorni nostri.
Questo grazie alla bravura dei musicisti: Patrizio Fariselli (tastiere e sintetizzatore), Ares Tavolazzi (basso e trombone), Gianpaolo Tofani (chitarra e sintetizzatore), Giulio Capiozzo (batteria e percussioni) e ultimo ma non per importanza Demetrio Stratos (voce e organo).
Il disco che vado a recensire è Crac!, uscito nel 1975, secondo me l’apice e il capolavoro di tutta la loro carriera musicale, a dispetto dei precedenti Arbeit Macht Frei (1973) e Caution Radiation Area (1974), dove tutte le influenze dei vari elementi confluiscono per accomunare jazz (Fariselli, Capiozzo e Tavolazzi), rock (Tofani) e musica sperimentale (Stratos).
Il pezzo che apre il disco si chiama “L’elefante Bianco” ed è la summa di ciò che troveremo anche in seguito, musica etnica unita ad un estro jazz.
Grande prova tecnica per Fariselli, che dimostra di essere fra i più grandi tastieristi al mondo in quel periodo riuscendo ad accumunare melodia e tecnica, e per Capiozzo, a suo agio fra cambi tempo e ritmiche dispari.
Ma subito si nota la grande voce di Demetrio Stratos, che riusciva a emettere quadrifonie con l’utilizzo della stessa creando uno stile innovativo rispetto alla stragrande maggioranza dei cantanti in circolazione, diventando di fatto una “voce strumento”, riuscendo inoltre ad essere dolce ed aggressiva allo stesso tempo.
Si passa poi ad un’altra perla di quest’album, “La Mela di Odessa”, dove ad una prima parte strumentale molto caotica, dove si “mettono in mostra” Fariselli e Tofani, si contrappone una ritmica quasi funk, dove la voce di Stratos quasi racconta (piuttosto che cantare) una storia: sarà uno dei cavalli di battagli del gruppo durante live.
Le successive due canzoni, “Megalopoli” e “Nervi Scoperti”, sono strumentali: qui la voce di Stratos si impone come vera “voce-strumento” con vocalizzi che fanno capire la vera potenza della sua espressività.
La prima è un jazz-rock “normale” con continui (ma non eccessivi) virtuosismi da parte dei vari elementi del gruppo, sostenuti da un’eccellente sezione ritmica, e vari assoli del “solito” Fariselli, vera colonna portante degli Area.
La seconda è invece, a dispetto dell’intro molto melodico e in un certo senso normale, molto più caotica, con parti che sembrano puro caos senza un vero filo conduttore: è probabilmente uno dei pezzi di più difficile comprensione degli Area.
Si passa poi a quello che possiamo definire come il pezzo più famoso degli Area, “Gioia e Rivoluzione”, dove ad un inizio di pianoforte, a cui segue l’ingresso della voce, si passa poi ad un sintetizzatore che sembra fare la parte del ritornello (come “Impressioni di Settembre” dei PFM per intenderci) con l’intento sia di essere orecchiabile sia di non essere scontato.
Anche in questa canzone (l’ultima propriamente cantata del disco) la scena è per Demetrio Stratos, che riesce a dare ulteriore forza ad un pezzo di per se già fantastico.
Le ultime due canzoni di “Crac!” sono “Implosion” e “Area 5”: il primo è una brano jazz- rock con notevoli spunti solistici, la seconda invece pare un esperimento fra pianoforte, batteria e la voce di Stratos, che sembra spuntare fuori dal nulla.
In sostanza è uno dei più originali e folli lp della scena italiana degli anni ‘70, meno celebrato dei precedenti, ma ancor meno particolare rispetto ai lavori successivi.
martedì 10 maggio 2011
Latte e Miele - Passio Secundum Mattheum (1972)
Di sicuro i Latte e Miele non sono tra i gruppi più celebri nati nei primi anni ‘70, dove una fertilissima scena beat iniziava a trasformarsi gradualmente in qualcosa di più complesso e intrigante.
Abbiamo già parlato più volte di come numerosi gruppi beat (all’epoca denominati semplicemente pop, o band di musica leggera) vengono attratti sempre più dalla voglia e dalla necessità di sperimentare, dal lato tecnico-strumentale e dal lato puramente concettuale.
La canzone beat relegava la tecnica a brevi soli o al semplice accompagnamento; le nuove frontiere vedevano invece applicare alla suddetta forma passaggi strumentali più complessi ed elaborati, che spesso prendevano il sopravvento sulla parte cantata, sul testo e sull’immagine programmatica quindi.
Proprio in questo frangente nacque però l’esigenza di allontanarsi dai temi “popolari” e semplicistici della canzone beat (sia essa canzone d’amore o “impegnata” politicamente), per avvicinarsi a una visione della canzone come forma d’arte, mantenendo sempre un alto grado di importanza strumentale.
Nascono cosi’ i concept album, vero e proprio punto fisso nelle discografie dei grandi gruppi prog rock italiani: il concept permetteva infatti di creare un filo conduttore all’interno dell’album, puntando a creare un tutt’uno, un’opera unica.
Proprio da questa ambizione “classica” il prog si arricchisce ulteriormente, includendo nelle sue strutture la riproposizione dei temi (una sorta di leitmotiv wagneriano) e spesso anche parti recitate o narrate, per non parlare delle vere e proprie citazione alla musica del passato, soprattutto del periodo barocco (come abbiamo già visto nel caso dei New Trolls) o romantico.
Quindi il prog cerca di riportare il rock, la musica popolare per eccellenza (allora), a forma d’arte musicale e concettuale, attraverso alla creazione di opere complesse ed articolate che però non rinnegano la provenienza dal mondo della canzone meno impegnata esteticamente.
Tra questi pionieristici gruppi troviamo i Latte e Miele, formatisi nel 1971 e affermatisi nella scena solo un anno dopo, con l’uscita di questo “Passio Secundum Mattheum”.
La line up storica (e quella che troviamo all’attivo in questo album) comprendeva Oliviero Lacagnina alle tastiere e alla voce, Giancarlo Marcello Della Casa alla chitarra e alla voce (e basso) oltre al batterista Alfio Vitanza.
L’album d’esordio (1972, ma presentato ufficialmente solo l’anno dopo) ruota attorno alla Passione secondo Matteo, tema non di poca importanza e rilevanza: l’opera si vuole presentare proprio come una trasposizione musicale delle ultime ore della vita di Cristo secondo il vangelo di Matteo, con tanto di citazione recitate all’inizio di molti dei brani (o meglio, degli episodi) estratte direttamente dalle Sacre Scritture.
Non possiamo notare un collegamento (più o meno marcato, più che altro sul piano del concetto) con un’altra importantissima opera incentrata sullo stesso tema, la “Matthauspassion” di Bach (BWW 244, 1727) vera e propria pietra miliare all’interno dello smisurato catalogo del compositore di Eisenach.
Complessivamente, i tredici brani che compongono l’album, non presentato eccessiva durata, alcuni volendo essere solo dei brevissimi intermezzi, altri più articolati e progressive a tutti gli effetti: in tutto non superiamo i 40 minuti di durata, minutaggio abbastanza abbordabile per un album di questo genere (pensando anche a quali potevano essere i gusti dell’epoca).
Il viaggio inizia dopo una introduzione solenne e magniloquente al punto giusto, supportata da un coro completo, suoni di campane e rulli di tamburi; dopo circa un minuto entrano gli strumenti della band, con la batteria di Vitanza sugli scudi.
Con “Il giorno degli Azzimi” e “L’Ultima Cena”, entrambi dalla durata contenuta, la scena prende vita, tra introduzioni recitate e melodie semplici e effettivamente legate al contenuto da enunciare.
Molto interessante è “L‘Ultima Cena”, dall’introduzione malinconica e dalla bella prova del coro, che irrompe subito dopo accompagnato dall’organo e dagli altri strumenti della band.
Ci si collega direttamente alla successiva “Getzemani”, vera e propria canzone, abbastanza lontana dalle rive del prog, se non fino all’ingresso dell’organo di Lacagnina, che con chiari rimandi alla scuola classica trasforma il pezzo in qualcosa di ben più interessante.
Si continua con ottime prove come “Il processo”, dove il protagonista assoluto è il coro, vero e proprio punto forte dell’album; oppure con le due parti de “I Testimoni”, che narrano l’inizio della fine di Gesù con pathos e vera e propria efficacia “scenica” (in particolare la parte uno; la seconda è una coda strumentale di importanza relativa).
Tutt’altra atmosfera, rassegnata e malinconica, porta la seguente “Il Pianto”, che a mio parere rimane uno dei brani più belli del disco.
Un riff distorto, una ritmo sincopato e una melodia vagamente dissonante introducono il personaggio di “Giuda”: è questo che intendevo quando parlavo di leitmotiv, di efficacia programmatica e di descrittività della musica; la band sembra essere a proprio agio in questo.
Ulteriore episodio drammatico con “Il Re dei Giudei”, con una bella melodia di synth e un buon assolo di chitarra.
Il coro ritorna protagonista a tutti gli effetti con “Il calvario”, assieme alle divagazioni strumentali dell’organo, tra pura improvvisazione e rigidità formale classica.
Con “Il dono della Vita” e “Mese di Maggio” si chiude alla grande un altrettanto grande album; i Latte e Miele dimostrano come è possibile trasformare la semplice struttura della canzone beat, della musica pop, per riordinarla in qualcosa di più complesso ma interessante.
Album veramente consigliato non solo agli amanti del prog, ma a tutti coloro che sono curiosi di sentire raccontare una storia in musica.
lunedì 2 maggio 2011
Le Orme - Collage (1971)
Secondo album, ufficialmente lanciato sul mercato nel 1971, per Le Orme, una delle più importanti realtà nel progressive rock italiano fino ad oggi.
Il gruppo nasce nel 1966 con l’ondata beat, che portò alla formazione di decine e decine di formazioni sul suolo italiano, molte delle quali si sciolsero dopo una vita abbastanza breve.
Nel caso delle Orme è andata diversamente: il 1970 porta una svolta nel sound della band, quando le strutture semplici, la forma della canzone pop portata alla ribalta dai gruppi britannici e dai primi loro followers italiani vengono accostate (e parzialmente abbandonate) a nuovi orizzonti musicali.
Ci si sta avvicinando, infatti, ad una svolta fondamentale, quella che portò molti gruppi beat alla sperimentazione strumentale e concettuale sulla propria musica, sulla scia anche delle nuove sonorità che provenivano dagli Stati Uniti, oltre a quelle già più sfruttate, ovvero quelle inglesi.
E’ il caso delle Orme, il quale beat, se vogliamo anche un po’ “ingenuo”, ma sicuramente di successo, prende la strada più ardua e complicata: una strada che non aveva un termine visibile, senza risultati certi, la strada del progressive.
Con l’uscita di “Collage”, nel 1971, ci troviamo di fronte a questo bivio: siamo a cavallo tra la canzone beat e le divagazioni strumentali, gli accompagnamenti funzionali al testo e il protagonismo della tecnica dei diversi musicisti.
La line up comprende: Aldo Tagliapietra al basso e voce (storico leader, abbandona la band solo in tempi recenti), Antonio Pagliuca alle tastiere e Michi de Rossi alla batteria e percussioni.
Già dalle prime note dell’intro possiamo capire come il sound si allontana dalla semplicità musicale per avvicinarsi a qualcosa di più ragionata, cerebrale se vogliamo, ma comunque legato ad una tradizione italiana di melodia e costruzione tematica.
Dopo la bellissima introduzione strumentale (dove compare anche una citazione di una sonata scarlattina, la K 380), l’album prende il vero e proprio avvio col primo brano.
“Era inverno”, grande classico della band, mostra proprio quello che abbiamo detto fino ad ora: ad una prima parte senza dubbio sulle coordinate del beat italiano, dove il testo di semplice fattura è protagonista, si contrappone una sezione centrale strumentale dove l’organo ha il ruolo di protagonista.
Il tempo è quasi sospeso, come a segnalare un’interruzione nel normale fluire della canzone, per poi riavvicinarsi a ciò che avevamo già sentito per la conclusione.
Allo stesso modo, ma con risultati molto migliori, si comporta il brano successivo “Cemento Armato”: la sezione centrale strumentale è veramente di altissima qualità mettendo in mostra le qualità tecnico artistiche di tutti i membri della band (anche se l’organo di Pagliuca è ancora il vero e proprio protagonista).
“Sguardo verso il cielo”, che sicuramente molti appassionati di prog italiano conosceranno, è il brano migliore dell’album: il lavoro alle tastiere è essenziale ma grandioso, gli interventi vocali pure, il tutto sotto una veste che rimanda quasi alla P.F.M. meno “cervellotica“.
Un intermezzo strumentale di circa sei minuti, “Evasione totale”, ci introduce agli ultimi due brani dell’album.
“Immagini” è un godibile brano pop, in questo caso inteso come versione ulteriormente semplificata e resa cantabile del beat: in generale è un buona ballata, dove la parte del leone la fanno di nuovo le tastiere e l’organo che accompagna le strofe in maniera molto valida.
L’album chiude con la più interessante “Morte di un Fiore” che mescola gli aspetti più interessanti del sound delle Orme fino a quel momento; troviamo quindi una struttura strofica che si ripete in una sorta di crescendo ritmico, il tutto condensato in meno di tre minuti.
Siamo ancora distanti da un capolavoro quale “Felona e Sorona” (1973, non tanto temporalmente ma concettualmente), vera e propria pietra miliare del progressive rock italiano: il territorio è ancora da delimitare, la band procede a tentativi cercando di non eccedere nell’utilizzare le nuove influenze ma con la voglia di innovare e allontanarsi dal semplice sound beat “alla moda”.
Album consigliato agli amanti del progressive più accessibile (che sicuramente lo conosceranno già!) e a chi vuole conoscere una testimonianza interessante sul periodo a cavallo tra due importantissimi generi musicali nell’ambito italiano.
mercoledì 27 aprile 2011
Premiata Forneria Marconi - La buona novella A.D. 2010 (2010)
Quando nel 1970 Fabrizio De Andrè registra il suo quarto album in studio, “La buona novella”, la band che lo accompagna nelle sintetiche ma efficaci parti strumentali comprende coloro che a breve avrebbero fondato forse la più importante progressive rock band italiana di sempre: la Premiata Forneria Marconi, o più semplicemente, P.F.M.
L’album presentava tematiche decisamente interessanti, soprattutto per il periodo di ideazione dell’opera: i brani de “La buona novella” ruotano attorno a diversi episodi della vita della sacra famiglia dal punto di vista dei Vangeli Apocrifi.
In questa sede voglio segnalare brevemente l’ultima impresa in studio della P.F.M., che non è altro che una perfetta e riuscitissima rielaborazione/reinterpretazione di questo classico del cantautorato italiano, nel quale fornirono il loro prezioso contributo ben quarant’anni prima.
Musicalmente la P.F.M. è sempre stata legata all’opera del cantautore genovese: possiamo ascoltare una testimonianza preziosissima, ovvero il doppio live uscito nel 1979 dove De Andrè viene accompagnato da una matura e già affermata Forneria la quale riarrangia i classici del maestro, nonché i brani tratti dal più recente “Rimini”.
Nel lavoro di cui ci stiamo occupando, dal lato musicale, la band si sposta dalla semplice reinterpretazione, abbastanza fedele, alla versione originale dei brani (è il caso di “Maria nella bottega del falegname”) alla totale libertà nel reinventare la struttura e l’andamento del brano (ne è esempio la finale “Laudate Hominem”).
I pezzi si trasformano in tutti i casi in articolate suite, dove è quasi sempre presente una sezione centrale strumentale dove i giganti del prog italiano si lasciano andare (giustamente) allo sfoggio delle rispettive abilità tecnico strumentali, senza mai dimenticare la melodia o la base “canzone” sulla quale il tutto è posto.
“L’infanzia di Maria” si trasforma in una serrata danza folk verso il finale, mentre “Ave Maria” acquista energia e solidità rispetto alla versione originale; “Il testamento di Tito” rispetta lo storico arrangiamento datato 1979, mentre “Tre madri” si arricchisce di un interessante sound orientaleggiante.
Con “Via della croce” tocchiamo uno degli apici: introduzione recitata, ingresso del riff portante ad opera del mitico Mussida e ritmica in crescendo con alternanza di canto alle strofe, fino ad arrivare al vertice del climax con un solo chitarristico epico accompagnato alla grande dall’organo di Tagliavini (nell’originale l’organo e le tastiere erano suonare da Premoli, vera e propria colonna portante della band fino al 2005).
Questa rivisitazione, reinterpretazione (chiamatela come vi pare!) potrebbe sembrare forse un po’ azzardata, ma dire che è riuscita è poco: la P.F.M. ha centrato in pieno l’obiettivo che si era preposta, ovvero riportare a nuova vita la musica di De Andrè, per la quale Di Cioccio e compagni hanno contribuito in modo fondamentale.
giovedì 21 aprile 2011
Prog in breve: New Trolls - Concerto grosso per i New Trolls (1971)
Concerto grosso è un termine che indica una forma musicale ampiamente utilizzata nel XVII secolo da parte di innumerevoli compositore, soprattutto sul versante italiano (Corelli su tutti).La differenza principale con il concerto solista (altra forma musicale utilizzata all'epoca, sopravvissuta poi anche nei secoli successivi) sta proprio nel fatto che nel concerto grosso i solisti sono più di uno, e spesso lavorano come organismo autonomo.
A comporre il "concertino" spesso figuravano non più di 3 o 4 strumenti più basso continuo, eseguito solitamente con il clavicembalo o meno di frequente con un arciliuto, o una tiorba.
L'effetto desiderato era quello di dare l'idea di dialogo vero e proprio tra le due parti dell'orchestra, senza dimenticare il reciproco scambio di idee tematiche e ritmiche.
Puo' sembrare quindi un po' ambizioso chiamare un album con il nome di "Concerto grosso"; in realtà la struttura dell'album richiama decisamente quella del concerto grosso, per non parlare poi del fatto che gli strumenti della band si comportano spesso come un vero e proprio concertino seicentesco.
I New Trolls registrano nel 1971 questo album, ideato dal direttore d'orchestra argentino Luis Enriquez Bacalov, accompagnati dall'orchestra diretta dallo stesso compositore: il risultato è stupefacente.
I New Trolls sono alla loro terza uscita discografica, e si lanciano sul panorama (dove si inizia a parlare di un certo prog di stampo italiano) con un progetto ambizioso, forse anche un po' rischioso.
L'album è composto da quattro tracce, in rimando ai tipici quattro movimenti della forma del concerto grosso (e non solo, ma anche del concerto solista e di quello di gruppo prima e della sonata poi) con tanto di titoli quali "Allegro" o "Andante con moto".
A rispecchiare di più la fusione tra il mondo classico e quello rock è la prima traccia, un vero e proprio esercizio di stile compositivo: l'orchestra è perfettamente contrapposta alla band guidata dal flauto di De Scalzi, dando l'impressione del dialogo tra le parti che sta alla base della forma del concerto grosso.
Il quarto "movimento" dell'opera è esplicitamente dedicato a Jimi Hendrix: il grande chitarrista era infatti scomparso l'anno precedente; il brano cerca anche di inserire nello stile tipico della band italiana quello che Hendrix aveva portato all'interno del rock, ovvero feeling e energia applicati all'improvvisazione e non solo.
Infatti ci distacchiamo totalmente questa volta dai rimandi seicenteschi per avvicinarci ad un rock lievemente bluesy accompagnato dall'organo di Salvi.
Chiude l'album una quinta traccia, non facente parte dell'opera vera e propria, che consiste in una jam session della band in sala prove della lunghezza di 20 minuti e lasciata rigorosamente intatta.
Qui si possono notare benissimo le singole abilità dei componenti della band: la chitarra graffiante di Nico Di Palo, non per niente chiamato più volte "il piccolo Hendrix italiano", il flauto di De Scalzi e la batteria di Gianni Belleno.
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