In realtà avrei voluto parlarvi, più che recensire, di "Return to Zero", ultima fatica in casa Spiritual Beggars uscito in questo 2011, vincente sotto diversi aspetti: prima di tutto l'ingresso di Apollo Papathanasio alla voce, che dal vivo non renderà quanto in studio, ma è pur sempre un cantante di prim'ordine, forte del suo timbro settantiano e ben impostato; poi il nuovo taglio dei brani, meno ruvidi e più smussati, infarciti di fantastici richiami ai gloriosi 70's, dalle chitarre armonizzate alla Ritchie Blackmore's Rainbow, alle fughe solistiche (in realtà ridotte, ma meglio achitettate) dell'iperattivo Per Wiberg all'organo e tastiere; ultimo, una innegabile atmosfera vintage, che dimostra come il leader e chitarrista Michael Amott sia cresciuto più a pane e Deep Purple che a Morbid Angel a colazione come vorrebbero farci credere gli ultimi lavori (sempre meno credibili) degli Arch Enemy.
Non dimentichiamoci poi di una delle copertine più belle che personalmente abbia mai visto.
In realtà ricordiamo (per chi non lo sapesse, ma spero siano in pochi) che Amott militava (e milita, dopo la recente reunion) nei seminali Carcass, vera e propria leggenda della musica estrema, tendente già nel 1985 a combattere per la causa grind, ma più che altro di grande influenza per il death metal più classico (dall'east coast floridiano alle lande svedesi) e meno legato alle scheggie di aforistica follia dei contemporanei Napalm Death.
Come di solito accade, e questa ne è la conferma, i lavori più recenti di una band, ottimi o pessimi che siano, non rispecchiano appieno ciò che la formazione si proponeva alle origini o solo nell'imminente passato.
Facciamo un salto dunque nel 2000, quando gli Spiritual Beggars pubblicano "Ad Astra", assoluto apice nella carriera del gruppo e ottimo da sviscerare in profondità con una recensione.
Possiamo parlare di stoner nel caso degli SB? Effettivamente sarei in dubbio definire il sound della band puramente stoner: in realtà il termine indica tutto e niente, dall'aspetto musicale a quello dell'attitudine, dai richiami alla cultura degli anni sessanta/settanta più acidi, alle influenze grunge (bene o male inserite che siano, più spesso male), alle tematiche allucinate e desertiche, all'aridità effettiva del panorama sonoro disegnato.
In realtà stoner è tutto questo, sicuramente non è un genere, forse un modo di intendere la musica: possiamo quindi dire, alla luce di questo, che il primo album della band era assolutamente stoner, già da una copertina visionaria e non meno audace (in altro senso, intendiamoci!) della peggiore dei Cannibal Corpse; "Ad Astra", di cui vogliamo parlare, non manca di queste condizioni, ma lo stoner di cui penso questo album sia ricco è quello spaziale, quello che dai delirii floydiani di "Interstellar Overdrive" e "Astronomy Domine" ha aperto una strada alla psichedelia cosmica, dagli Ash Ra Tempel in poi.
Ed ecco che ne abbiamo la prova ascoltando "Left Brain Ambassador" o "Let the Magic Talk", dai riff sotterranei e dall'assoluto gusto southern, dall'organo in sottofondo ma inequivocabilmente protagonista, dalle movenze distorte e cadenzate, quasi come se i Kyuss coverizzassero qualche perla psichedelica della california settantiana.
Perfette le aschitetture dei brani e i brevi episodi solistici di un Amott che non ci fa rimpiangere la sua presenza, in qualità di leader maximo, nei sempre meno degni Arch Enemy (non li voglio sentir nemmeno nominare!), preciso e monumentale il lavoro del super tatuato Ludwig Witt dietro le pelli, per non parlare di Wiberg, vero e proprio asso nella manica, un Jon Lord dei giorni nostri.
Ed ecco che i nostri, con la title track, sfornano uno dei più bei brani hard rock (in senso molto allargato) che abbia mai sentito, debitore in egual modo dallo stoner rock vero e proprio e dalla melodia dell'hard rock di fine settanta: il refrain, per quanto semplice, rappresenta il vero e proprio manifesto della band, la breve fuga solistica della chitarra di Amott è da brividi e l'atmosfera creata dal resto degli strumentisti è ineguagliabile.
Ottimo!
Poi, ad un tratto, spunta un altro nome, che quando si parla di stoner non può non figurare: stiamo parlando forse dei Black Sabbath? Esatto.
Con "Wonderful World", soprattutto nella strofa, la band di Ozzy sembra aver avuto un'influenza fondamentale nel riff-rama, dove un ispiratissimo Amott si conferma vero e proprio erede della chitarra anni settanta, come melodista e anche come ritmica.
Stesso discorso per "Escaping the Fools": ascoltate il riff iniziale, e vedrete che ogni mio commento sarà superfluo.
Infine la premiata ditta Amott tenta (riuscendoci!) di creare ad arte la propria "Child in Time", il proprio anthem melodico, sul filo del rasoio tra power ballad e cavalcata epica: "Mantra" è un pezzo fantastico, dove uno "stonerissimo" organo si muove suadente sotto la voce di Spice, mentre un Amott stellare regala poche note, ma quelle (e le uniche) giuste.
E come in "Stairway to Heaven" la seconda parte decolla, tra un killer riff tra i più metal oriented (termine da prendere con le pinze) dell'album, e una serie di soli spartiti tra chitarra e organo che dire perfetti sarebbe un puro eufemismo.
Perfetto.
Quando penso ad Amott penso agli Spiritual Beggars: loro sono, per me, la sua band principale, ciò con cui si esprime al meglio e con i quali crea arte allo stato puro, allucinante ed alienata, ma pur sempre arte.
Se ancora non avete proveduto, procuratevi un disco a caso degli SB, ancor meglio se questo o quello di debutto, mettetelo nel lettore (o meglio, nel giradischi, tanto non rovinerete la puntina tentando di skippare i filler, non ce ne saranno!) e regalatevi un viaggio nelle profondità interstellari dello "seventies stoner".
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venerdì 22 luglio 2011
martedì 28 giugno 2011
The Velvet Underground - White Light/White Heat (1968)
Con l’uscita del primo album in studio, “The Velvet Underground and Nico” (1967), la band guidata da Lou Reed si impone nel panorama del rock’n’roll come una vera e propria realtà d’avanguardia nel periodo di massimo splendore della cosiddetta british invasion, senza dimenticare l’incontenibile ondata beat che stava per travolgere (o aveva già travolto, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta) diversi paesi europei.
Non a caso le influenze europea del folk rock britannico, delle acidità del beat più intransigente che rivaleggiava in visionarietà con la psichedelia californiana, della forma canzone semplice e più che orecchiabile per certi aspetti trovano posto all’interno dei brani di questo disco d’esordio.
La figura di Nico, al secolo Christa Paffgen, attrice e modella, oltre a cantautrice di qualità ancora piuttosto discussa, trova concretezza in queste influenze che al giorno d’oggi verrebbero definite decisamente “commerciali”.
Brani come “I’ll be Your Mirror” oppure “All Tomorrow’s Parties”, pur non sfigurando affatto essendo inoltre opera dello stesso Reed, ne sono la prova.
Non a caso fu lo stesso Andy Wharol, produttore dell’album (e autore del celeberrimo artwork), a volere l’ingresso della modella tedesca nella formazione, fiutando un probabile successo dovuto anche all’immagine oltre che al livello artistico della proposta.
Il “sodalizio” con Nico durerà solamente fino all’anno successivo: la cantante lascerà la band, e dato il suo effettivo apporto alla formazione non verrà rimpiazzata.
Nel 1968, quindi, la formazione dei Velvet Underground vede oltre a Lou Reed Sterling Morrison alla chitarra e al basso, Maureen Tucker alla batteria e John Cale alla viola, all’organo e alle seconde voci.
Continua il rapporto artistico con Wharol, che ideerà anche in questo caso la copertina, sotto le direttive dello stesso Lou Reed.
La collaborazione con Cale, violista e profondo studioso e conoscitore di musica contemporanea (ricordiamo la collaborazione con John Cage), cambia rotta: da una semplice militanza dell’atipico musicista all’interno della band, ad un vero e proprio sodalizio con il leader.
Il sound subisce alcune mutazione decisive, le quali saranno fondamentali per la maturazione degli ideali artistici ed estetici dello stesso Reed solista: il tutto viene reso più scarno, freddo e diretto, la produzione di bassissima qualità sembra essere quasi volontaria, la melodia tradizionale viene abbandonata per un gusto perturbante delle assonanze, i suoni acquistano un sapore meccanico e talvolta inanimato.
La title track, che apre l’album, offre subito alcuni punti di riflessione: fondamentalmente da considerarsi come un intro, è ancora legata al rock’n’roll in senso stretto, definizione che Reed sembra voler rifiutare a priori già dagli esordi dei VU.
Non a caso il brano finisce con un feedback distorto ed elettronico quasi a volere cancellare e negare quanto detto in precedenza.
“The Gift” è una prova della via originale e assolutamente ineguagliabile (al tempo) intrapresa da Lou Reed: sopra una base ipnotica e ripetitiva, fondamentalmente percussiva, una voce recitata narra la tragica (o tragi-comica, secondo quel senso del perturbante di cui abbiamo accennato prima) vicenda di un certo Waldo Jeffers, vittima di un fatale incidente occorso in seguito all’idea di impacchettarsi e spedirsi alla fidanzata.
La “sorpresa” avrà risvolti decisamente inquietanti.
Da sottolineare come la voce sia priva di qualsiasi inflessione emotiva, lasciandosi andare al massimo in un tono assolutamente stereotipato durante i dialoghi riferiti nella cronaca dell’incredibile fatto.
L’atmosfera sembra rilassarsi con “Lady Godiva’s Operation”: la ripetitività ipnotica della musica è resa al suo minimo, la linea melodica vocale torna ad una sorta di cantabilità accostabile a quella di certi brani dell’album precedente.
Con la conclusione del pezzo ci rendiamo conto che il senso di tranquillità e rilassatezza non era altro che frutto di un’abile illusione di Reed e compagni, capaci di rendere più che mai viva la sensazione di straniamento data dalla ripetitività sonora, anche se in questo caso più dilatata rispetto al caso precedente.
I due minuti circa di “Here She Comes Now” sembrano presentarci una ballata, o meglio, quella che può essere considerata una parodia di essa.
Con “I Heard Her Call My Name” ci troviamo di fronte a soluzioni che vedeno l'inserimento, all’interno della struttura del rock’n’roll, del gusto “reediano” per il rumore bianco, i feedback, le distorsioni esasperate, che sarà il punto principale di quel manifesto di pura libertà artistico-estetica che prende il nome di “Metal Machine Music: An Electronic Instrumental Composition” (1975).
“Sister Ray”, la traccia conclusiva, vera e propria prova di volontà e perseveranza artistica di Lou Reed, mostra nei suoi diciassette minuti quali siano i punti principali (che naturalmente abbiamo già trattato) della composizione del grande artista.
Ripetitività di cellule ritmico-melodiche brevi (poche battute, se non addirittura un paio di accordi), intrusione strumentali di puro rumorismo, utilizzo della distorsione non come possibilità sonora ma come elemento annichilente, stravolgimento della forma e della natura del rock’n’roll, tematiche che con uno sguardo freddo e distaccato puntano verso i lati più paradossali e perversi dell’uomo: questo è l’universo sonoro in cui i The Velvet Underground muovono i primi passi, e smuovono il produttivo ma stagnante oceano del rock mondiale.
martedì 31 maggio 2011
In breve: Black Merda - Black Merda & Amon Duul II - Phallus Dei
Senza addentrarmi in una vera e propria recensione vorrei portare l’attenzione su due album di culto; come spesso accade questi album si trovano sull’orlo del baratro, in equilibrio precario tra l’essere ignorati e l’essere esaltati da una ristretta cerchia di fan, a discapito della loro indiscussa e oggettiva validità.
Il primo di cui vorrei parlare è il self titled dei Black Merda (1970), di sicuro la band con il nome più equivoco della storia della musica: infatti la pronuncia esatta sarebbe “black murder”, essendo “merda” la contrattura del vocabolo murder in slang afro-americano.
Cosa ci propongono i quattro musicisti di Detroit?
Il primo nome che viene in mente ascoltando un brano a caso degli undici che compongono l’album è quello di Jimi Hendrix: non solo la voce del leader Anthony Hawkins si avvicina per timbro e stile a quella del grande chitarrista, ma anche il groove e la scelta dei suoni rimandano al tipico sound hendrixiano.
Ci muoviamo comunque nelle coordinate di un blues rock ricchissimo di spunti interessanti, tra fughe psichedeliche e ritmiche coinvolgenti; il mood soul di alcuni brani rende il tutto più roots, mentre l’aggressiva ritmica funk di altri dona una modernità e un’energia incredibile.
Tra i brani migliori troviamo “Ashamed”, di stampo chiaramente hendrixiano, ma comunque validissima e ricca di carica funky; anche l’opener “Prophet” non è da meno in fatto di groove ed energia.
Molto belle sono anche “Reality” dove la voce raggiunge grandi picchi di espressività, nonchè la seguente “Windsong”, blues minore strumentale ricco di feeling.
In generale un bell’album, a cavallo tra il blues più puro che guarda al soul e quello più psych sulle orme del migliore Hendrix.
Obbligatorio per gli amanti dei suddetti generi.
L’altro album di cui parliamo brevemente è “Phallus Dei” degli Amon Duul II, datato 1969.
Sicuramente tra i più rappresentativi e migliori album della cosiddetta scena krautrock, “Phallus Dei” resta ancora oggi un album sconosciuto ai più, sicuramente a causa anche della sua natura particolare e decisamente non semplice e diretta.
Col termine krautrock si intende una pionieristica scena di gruppi e musicisti sviluppatasi in germania nei primi anni settanta, attivi nella sperimentazione strumentale e attenti alle nuove frontiere dell’elettronica, che sovvertirono la struttura della canzone per avvicinarsi ad architetture più ricche e complicate con particolare attenzione alla natura “ipnotica” e psichedelica (non nell’accezione californiana del termine) della musica.
Per citare i più famosi troviamo tra le file di questa nuova scena band come i Faust, i Popol Vuh e i seminali Ash Ra Tempel.
La line up di “Phallus Dei” comprende ben dieci membri, per un grande numero di strumenti: dalle percussioni più diverse al sassofono, dal vibrafono al violino.
I cinque brani ci conducono in un viaggio ai limiti del cosmo, tra vere e proprie visioni allucinate, atmosfere surreali e lievemente decadenti.
Apre “Kanaan”, dai bellissimi fraseggi di chitarra e vibrafono incastonati nel caos sonoro e percussivo, nonchè dalla suggestiva voce declamata.
Nei sei minuti di “De gutet, schonen, wahren” assistiamo ad una irreale prova vocale in uno stile che può ricordare quello dei Comus, tra chitarre ultra distorte e percussioni ipnotiche.
Si continua con “Luzifers Ghilom”, arricchita da un bell’organo e da un finale che sa di rituale orgistico in onore di chissà quale divinità pagana e perversa (come direbbe il buon Lovecraft).
I due minuti di rullo di tamburi di “Henriette Krötenschwanz” ci portano alla conclusiva e mastodontica title track, dalla durata di ben venti minuti, vera e propria sintesti (si fa per dire!) di quello che è il sound degli Amon.
Album ultra consigliato a tutti senza eccezioni…quello degli Amon Duul II è un viaggio che prima o poi bisogna fare!
Il primo di cui vorrei parlare è il self titled dei Black Merda (1970), di sicuro la band con il nome più equivoco della storia della musica: infatti la pronuncia esatta sarebbe “black murder”, essendo “merda” la contrattura del vocabolo murder in slang afro-americano.
Cosa ci propongono i quattro musicisti di Detroit?
Il primo nome che viene in mente ascoltando un brano a caso degli undici che compongono l’album è quello di Jimi Hendrix: non solo la voce del leader Anthony Hawkins si avvicina per timbro e stile a quella del grande chitarrista, ma anche il groove e la scelta dei suoni rimandano al tipico sound hendrixiano.
Ci muoviamo comunque nelle coordinate di un blues rock ricchissimo di spunti interessanti, tra fughe psichedeliche e ritmiche coinvolgenti; il mood soul di alcuni brani rende il tutto più roots, mentre l’aggressiva ritmica funk di altri dona una modernità e un’energia incredibile.
Tra i brani migliori troviamo “Ashamed”, di stampo chiaramente hendrixiano, ma comunque validissima e ricca di carica funky; anche l’opener “Prophet” non è da meno in fatto di groove ed energia.
Molto belle sono anche “Reality” dove la voce raggiunge grandi picchi di espressività, nonchè la seguente “Windsong”, blues minore strumentale ricco di feeling.
In generale un bell’album, a cavallo tra il blues più puro che guarda al soul e quello più psych sulle orme del migliore Hendrix.
Obbligatorio per gli amanti dei suddetti generi.
L’altro album di cui parliamo brevemente è “Phallus Dei” degli Amon Duul II, datato 1969.
Sicuramente tra i più rappresentativi e migliori album della cosiddetta scena krautrock, “Phallus Dei” resta ancora oggi un album sconosciuto ai più, sicuramente a causa anche della sua natura particolare e decisamente non semplice e diretta.
Col termine krautrock si intende una pionieristica scena di gruppi e musicisti sviluppatasi in germania nei primi anni settanta, attivi nella sperimentazione strumentale e attenti alle nuove frontiere dell’elettronica, che sovvertirono la struttura della canzone per avvicinarsi ad architetture più ricche e complicate con particolare attenzione alla natura “ipnotica” e psichedelica (non nell’accezione californiana del termine) della musica.
Per citare i più famosi troviamo tra le file di questa nuova scena band come i Faust, i Popol Vuh e i seminali Ash Ra Tempel.
La line up di “Phallus Dei” comprende ben dieci membri, per un grande numero di strumenti: dalle percussioni più diverse al sassofono, dal vibrafono al violino.
I cinque brani ci conducono in un viaggio ai limiti del cosmo, tra vere e proprie visioni allucinate, atmosfere surreali e lievemente decadenti.
Apre “Kanaan”, dai bellissimi fraseggi di chitarra e vibrafono incastonati nel caos sonoro e percussivo, nonchè dalla suggestiva voce declamata.
Nei sei minuti di “De gutet, schonen, wahren” assistiamo ad una irreale prova vocale in uno stile che può ricordare quello dei Comus, tra chitarre ultra distorte e percussioni ipnotiche.
Si continua con “Luzifers Ghilom”, arricchita da un bell’organo e da un finale che sa di rituale orgistico in onore di chissà quale divinità pagana e perversa (come direbbe il buon Lovecraft).
I due minuti di rullo di tamburi di “Henriette Krötenschwanz” ci portano alla conclusiva e mastodontica title track, dalla durata di ben venti minuti, vera e propria sintesti (si fa per dire!) di quello che è il sound degli Amon.
Album ultra consigliato a tutti senza eccezioni…quello degli Amon Duul II è un viaggio che prima o poi bisogna fare!
martedì 3 maggio 2011
Blue Cheer - Vincebus Eruptum (1968)
Universalmente, i Blue Cheer, sono considerati come coloro che all’interno del rock della fine degli ani ‘60 inserirono una matrice hard, la quale poi rielaborata da gruppi più o meno contemporanei (quali Black Sabbath) defini’ quel gusto vintage alla base di generi quali lo stoner o l’hard & heavy dei primi anni ‘80.
Siamo all’inizio della seconda metà degli anni ‘60.
Da San Francisco, California, provenivano le prime grandi influenze della psichedelia, che attraverso svariate vie arrivavano fino in Europa, dove in Gran Bretagna il gusto della sperimentazione e delle sonorità acide e lisergiche incominciò ad avere un nutrito seguito.
Gruppi come i ben più famosi Jefferson Airplane, guidati dalla front-woman Grace Slick, divennero in brevissimo tempo una vera e propria icona nel campo della psichedelia californiana dopo l’uscita del fondamentale “Surrealistic Pillow” (1967).
La risposta europea comprende i tentativi dei Beatles di compiere una svolta definitiva nel loro sound, dal beat (o dal semplice “skiffle” suonato agli esordi) alle strutture più complesse e libere della nuova sperimentazione; proprio nel 1967 esce infatti “Sgt. Peppers lonely Hearst Club Band”, e ad esso seguiranno altri lavori sempre ispirati da questa nuova forza “mistica”.
Anche i Rolling Stones, decisamente più saldi alle radici del rock’n’roll rispetto ad altri gruppi dello stesso ambito, tentarono (con successo discutibile) di imboccare la strada della psichedelia, dei suoni allucinati e delle immagini surreali e colorate: sempre nel fatidico 1967 esce infatto “Their Satanic Majestic Request”, ottavo (per gli USA, ma sesto in GB) album in studio della formazione inglese.
Già dalla copertina l’intento di rifarsi all’immaginario “fantastico” e fuori dal tempo, fiabesco e maledetto allo stesso tempo tipico del sound psichedelico, è chiaro.
Fortunatamente gli stessi Stones archivieranno questo album come un esperimento non troppo riuscito, e ritornetto al sound di origine con “Beggars Banquet” (1968).
Proprio nel 1968 esce “Vincebus Eruptum”, primo album dei Blue Cheer, formazione californiana che vedeva il leader Dickie Peterson alla voce e al basso, Leigh Stephens alla chitarra e Paul Whaley alla batteria.
Il genere proposto in questo esordio è fondamentalmente un classico blues rock, che però incorporava nel proprio sound alcune interessanti novità: un uso praticamente perenne di una distorsione satura e “pesante“, prima di allora solo sperimentata o ipotizzata, sonorità acide nelle parti soliste e ritmiche fortemente percussive.
Insomma, i Blue Cheer prendono il blues, il rock e lo inseriscono in un contesto di “estremizzazione” sonora di gran parte dei parametri musicali, creando inconsapevolmente l’effetto che sarà perseguito qualche decina di anni dopo con i primi gruppi stoner rock.
Non a caso il brano di apertura è una rivisitazione molto hard di uno dei blues più famosi di sempre, ovvero “Summertime Blues” di Eddie Cochran, mentre il secondo è un ulteriore cover, questa volta di B.B. King, “Rock me Baby”.
La radice blues del gruppo è chiara; anche nei pezzi originali che seguiranno (accreditati al solo Peterson) questo riferimento non verrà perso, sebbene non sia più lampante come nei casi precedenti.
“Doctor Please” ne è la prova: se guardiamo oltre al muro di distorsione, all’acidità dei brevi passaggi solistici, notiamo niente meno che una elementare struttura blues.
Il marchio di fabbrica dei Blue Cheer non necessita quindi di altre spiegazioni: basti ascoltare “Out of Focus” e avremmo un’altra conferma di quanto già detto (ascoltare dal minuto due in poi il solo di chitarra: puramente psichedelico, si risolve in un classico lick di chiusura blues).
“Parchment Farm”, cover di Mose Allison, e “Second Time Around” chiudono l’album proseguendo sulla linea diretta di quanto già detto.
In particolare il secondo brano è caratterizzato da un riff che annulla la struttura blues pur conservandone in qualche modo le sonorità; inoltre la parte finale, da metà circa del brano in poi, non è altro che una serie di divagazioni soliste fortemente psichedeliche, dalla distorsione compressa ai ritmi particolari della batteria.
I Blue Cheer rappresentano quindi i primi tentativi di una svolta hard all’interno del rock; la palla verrà colta al balzo da band quali i Black Sabbath dall’alta parte del mondo, i quali con il supporto di una vera e propria “nuova” scena rock riscriveranno le sorti della musica moderna.
sabato 30 aprile 2011
Electric Wizard - Witchcult Today (2007)
Gli Electric Wizard negli ultimi anni si sono guadagnati una bella schiera di fan, oltre ad essere diventati un vero e proprio gruppo di culto da parte degli appassionati di doom, stoner e, perché no, psichedelia.Formatisi nel 1993 in Inghilterra, gli Electric Wizard, fino ad oggi hanno pubblicato sette album, il primo due anni dopo la loro nascita e l’ultimo uscito poco meno di un anno fa.
Nella loro discografia possiamo pero’ trovare anche un paio di split con i più noti Orange Goblin, uno con i Reverend Bizarre e tre ep (tra i quali consiglio l’ascolto di “Supercoven”, 1998).
La line up attuale si è formata dopo diversi cambi di organico, e ad oggi comprende: il leader Jus Oborne (chitarra/voce, l‘unico membro rimasto dalla prima formazione del gruppo), la chitarrista Liz Buckingham, Tas Danazoglou al basso e il batterista Shaun Rutter.
Il genere proposto dalla band è un dilatato e cupo (come potrebbe non esserlo?) doom, molto influenzato anche dal più recente gusto stoner, che spesso ha portato diverse band a creare ibridi tra i due stili molto interessanti (come i già citati Orange Goblin).
Potrei dire una banalità, ma non posso risparmiare l’osservazione sulla grandissima influenza sabbathiana della band: in verità, sono pochissime le band che si dedicano al doom dove non è possibile ascoltare neanche una minima particella del sound dei primi Black Sabbath (quelli dell’esordio, fino al quarto/quinto album).Se vogliamo sottolineare i punti caratteristici dello stile degli Electric Wizard non possiamo quindi notare le seguenti cose: tempi rallentati ma comunque sostenuti, che non arrivano mai all’esasperazione della lentezza del funeral doom ma non superano il classico mid tempo; le chitarre dalla distorsione ultra compressa sono le protagoniste del tappero sonoro dei brani, macinando riff su riff; la voce del leader Oborne è veramente adatta al sound, risultando energica pur risuonando “lontana” e quasi sommersa dal suono generale della band; la lunghezza dei brani in questo caso è azzeccata, o meglio, non è un punto in sfavore come puo’ succedere in album di altre band doom.
Potrebbe sembrare strano, ma nel caso degli Electric Wizard l’influenza hard rock (naturalmente quello post psichedelico anni ‘70) è molto maggiore rispetto a quella proveniente dal metal; infatti sono abbastanza perplesso quando sento classificare la band nel panorama del doom metal.
Per capire basti ascoltare un brano come “Torquemada 71”, dove le chitarre suonano in pieno stile hard brevi parti soliste sopra un ripetitivo riff che potrebbe benissimo essere stato scritto da Iommy.
Si avvicina quasi, e sottolineo quasi, a sonorità funeral doom la settima traccia “Black magic rituals and perversion”, completamente strumentale (a parte alcuni sample recitati tratti da diverse fonti): infatti è il brano dove l’oppressività doom è più evidente, e uno dei più lunghi del disco, superando di qualche secondo gli undici minuti.
Altro brano interessante è quello che chiude l’album, “Saturnine”, un vero e proprio pezzo hard rock allucinato e acido, dal riff principale di cui non ripeto l’influenza principale (penso che si sia capito!) e dalla linea vocale molto convincente.
“Dunwich”, che dal titolo e dal testo lascia trasparire l’interesse del leader della band per la letteratura di H.P.Lovecraft, è un altro dei pezzi forti dell’album: forse il più movimentato e dalla melodia meno enigmatica (si fa per dire, naturalmente).
Un vero e proprio macigno è invece la bellissima “Satanic rites of Drugula”, brano che mostra al cento per cento le capacità della band, tra doom purissimo, qualche riff stoner a condire il tutto e un’attitudine settantiana di sfondo.
Consiglio questo album a chi è interessato alle sonorità più forti ma sempre legati all’ambito del rock (e che poco non sconfina nel metal), a chi vuole sapere cosa esce fuori dall’incrocio tra Black Sabbath e Eyehategod o semplicemente a chi è alla ricerca di un bel disco.
sabato 23 aprile 2011
H.P. Lovecraft - H.P. Lovecraft (1967) & Lemon Pipers - Jungle Marmalade (1968)
Gli statunitensi H.P. Lovecraft sono diventati negli anni un vero e proprio gruppo di culto tra gli appassionati del sound psichedelico delle fine dei seventies.
In effetti la vita della band ebbe breve corso,due anni (1967-1969), ed appena due album pubblicati (se non consideriamo un live e due album successivi usciti però sotto altri nomi): conclusa l’avventura il gruppo è presto caduto nel dimenticatoio.
I cultori della psichedelia, del nascente sound che mescolava sperimentazione, strutture più articolate e immagini surreali e allucinate ebbero però pane per i loro denti.
L’album che consiglio è il primo, omonimo (anche se a dir il vero anche il secondo porta il nome della band affiancato ad un poco originale II): dieci brani (ancora) tutti dalla durata abbastanza contenuta che mescolano il profetico sound alla Jefferson Airplane con la struttura più semplice del blues, gli accenni folk con momenti di pura sperimentazione sonora.
Ascoltare l’opener “Wayfaring stranger” per capire come il folk ebbe un ruolo determinante nella genesi della psichedelia che poi porterà alla nascita delle prime cellule prog (basti pensare a band quali Comus, o ancora più semplicemente ai Jethro Tull); non mancano neanche i rimandi al pop, come dimostra “Let’s get togheter”, il sound più elaborato di “I’ve been wrong before”, oppure ancora la (quasi beatlesiana) scanzonatoria “The time machine”.
Stessa sorte ebbe un’altra interessante band statunitense che opero’ proprio nei 2/3 anni in cui furono in piena attività anche gli H.P.L.: i Lemon Pipers, direttamente dall’Ohio.
Se per il gruppo precedente abbiamo parlato di una forte componente folk, di sound più curato e tendente alla sperimentazione quasi progressiva, in questo caso le cose si semplificano decisamente.
I Lemon Pipers (anche loro fautori di soli due album in studio) registrano nel 1968 il lavoro di cui parlerò brevemente, cioè “Jungle Marmalade”.
Già dal titolo fantasioso e dalla bella copertina colorata capiamo che l’influenza degli ultimi Beatles deve essere presente in qualche modo; in effetti, sebbene la band sviluppa un sound personale e molto convincente, gli echi dei quattro di Liverpool ci sono, e qua e là si sentono affiorare.
La coloratissima e immaginifica psichedelia delle più o meno importanti band statunitensi del periodo si fonde col blues più puro e con la forma canzone semplice e diretta in brani come “Hard core”, mentre la grande influenza beatlesiana è elaborata alla grande in brani quali “Love beads & meditations” o l’opener “Jelly Jungle”.
Non manca la visionarietà dei testi (“I need someone” o la stessa “Jelly Jungle”) e nemmeno la struggente ballad “Everything is you” che fa il verso ad un certo sound “popeggiante” alla Procol Harum.
Molto bella e interessante è la malinconica “Mirrors”, che riassume nella sua breve durata il sound ricco ma allo stesso tempo subito comprensibile della band.
Due buoni album per due band poco conosciute, che sicuramente nel loro piccolo hanno contribuito a rendere grande la scena ricca ed entusiasmante della psichedelia statunitense.
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