domenica 12 giugno 2011

Rainbow - Down to Earth (1979)

Abbiamo già parlato dei Rainbow in passato, più precisamente di quel capolavoro dell’hard rock che porta il nome di “Rising” (1976), vera e propria culla del sound hard & heavy che sarà prerogativa dei primi anni ‘80.
“Rising” vedeva al fianco di Richie Blackmore una line up di prima qualità: Jimmy Bain al basso, Tony Carey alle tastiere, Cozy Powell alla batteria e il grande R.J. Dio alla voce.
L’album apriva nuove porte nel mondo dell’hard rock, tra tematiche fra l’epico e le prime avvisaglie fantasy, tastiere e synth spesso e volentieri in primo piano oltre ad una grandissima attenzione alla melodia e al feeling solistico.
La line up registrerà un live dal nome “On Stage” proprio durante il tour di “Rising” (più precisamente le registrazioni documentano le date in Germania e Giappone), che verrà pubblicato l’anno successivo.
Concluso il tour Bain e Carey abbandoneranno la formazione per essere sostituiti rispettivamente da Bob Daisley e David Stone.
Nel 1978 esce quindi quello che sarà il secondo capolavoro della band, un album imprescindibile e indiscutibilmente fondamentale nella storia dell’hard rock: “Long live Rock’n’Roll”.
Tracce come “Kill the King”, la ballata “Rainbow Eyes” o la stessa title track portano all’interno del rock sul finire degli anni settanta quel gusto per la melodia armonizzata, per i barocchismi e per la grandiosità epica che sarà poi ripresa (in chiave naturalmente diversa) dai primi gruppi heavy metal della scena britannica, con l‘esplosione della NWOBHM qualche anno dopo.
Ma dopo l’uscita di questo capolavoro la line up dei Rainbow vede nuovi, radicali, cambiamenti: mentre il fedele Powell rimane dietro le pelli al basso arriva, direttamente dalla rottura con i Deep Purple, Roger Glover (vecchia conoscenza di Blackmore); alle tastiere un giovane Don Airey (attuale tastierista dei Deep Purple e session man per le più grandi band rock di sempre, dai Sabbath al prog dei Jethro Tull) sostituisce David Stone.
Anche Dio, non convinto della validità artistica del nuovo materiale proposto da Blackmore, lascia l’amico per unirsi ai Black Sabbath, venendo cosi’ sostituito da Graham Bonnet, al suo esordio in un gruppo decisamente affermato.





La band quindi entra in studio con una manciata di brani scritti a quattro mani da Blackmore e da Glover, pubblicando nel 1979 quello che sarà il quarto album dei Rainbow: “Down to Earth”.
Innegabile il cambio di rotta rispetto ai lavori precedenti: la svolta porta la band ad un sound lontano anni luce dall’epicità di “Rising” o “Long live Rock’n’Roll”, optando per un semplice e squadrato hard rock già decisamente ottantiano, a volte tendente a sonorità assolutamente radiofoniche (secondo gli standard di Blackmore, naturalmente).
“All night long”, non a caso, non è altro che un energico e ammiccante brano hard con una strofa ultra melodica e cantabile contrapposta ad un ritornello anthemico: non si può dire quindi che la ricetta dei nuovi Rainbow non funzioni.
La voce di Bonnet è solida ed asciutta, diversissima rispetto a quella di Dio, e adatta ad uno stile meno elaborato e più improntato sull’impatto che sulla tecnica.
Con “Eyes of the World” sembra di sentire qualcosa dei grandi Europe che verrano, quelli del fantastico “Wings of Tomorrow”: tastiere in primo piano, tra synth e passaggi di organo, andamento mid ma sostenuto e grandissimo tiro e intensità della voce di Bonnet.
Ottimo pezzo.
Si torna ad un sound puramente hard rock con “No time to Lose”, dal groove che può rimandare ai Deep Purple di “Come taste the Band”.
Molto bella la parte solistica, con un Don Airey che dialoga con la chittara di Blackmore a suon di veloci passaggi all’organo.
Un arpeggio acustico apre “Makin Love”, power ballad in tutto e per tutto negli standard dell’epoca, anche se a dir la verità decisamente poco ispirata rispetto agli altri brani.
L’album prosegue con una cover di Russ Ballard, “Since you’ve been gone”, vera e propria chicca: l’interpretazione di Rainbow è magistrale, trasformando un brano pop rock da classifica in un vero e proprio anthem hard rock.
La prova vocale di Bonnet è tra le più alte dell’intero lavoro, e il breve assolo finale di Blackmore è un vero e proprio esercizio di gusto melodico.
Il blues distorto e rassegnato di “Love’s no Friend”, tra semplici ma incisivi riff di chitarra, l’organo di
Airey e l’espressività della voce di Bonnet, ci porta all’ultima parte di questo “Down to Earth”.
Chiudono “Danger Zone” e “Lost in Hollywood”: il primo è un brano hard rock dalla struttura semplice e lineare nei canoni dei nuovi Rainbow; il secondo, invece, è decisamente più interessante: la band dimostra una grande intesa, un tiro e una precisione ottimi, oltre ad una tecnica individuale da non sottovalutare, confezionando un grandissimo brano hard & heavy, sicuramente tra i migliori di tutta la produzione dei Rainbow.




Forse l’ultimo vero e proprio album dei grandissimi Rainbow, quelli che sul finire dei seventies rinnovarono il vocabolario dell’hard rock, creando uno stile che sarà tra le principali influenze per innumerevoli band all’alba degli anni ottanta.

venerdì 3 giugno 2011

Deep Purple - Stormbringer (1974)

Nei primi mesi del 1974 i Deep Purple pubblicano quello che sarà il più grande successo della band nell’era Coverdale: “Burn”.
Dopo l’abbandono di Ian Gillan (voce della cosiddetta mk II, e frontman attuale) e Roger Glover (bassista, presente dagli inizi), rispettivamente sostituiti da un giovanissimo David Coverdale e da Glenn Hughes, il sound della band inglese prende una definitiva svolta.
Il principale nucleo compositivo ruota ancora attorno ai due storici componenti, ovvero Richie Blackmore e Jon Lord, ma non bisogna dimenticare l’apporto dei due nuovi arrivati: nei crediti di “Stormbringer”, infatti, vediamo la firma di Coverdale in tutti i brani dell’album, mentre Hughes partecipa alla scrittura di ben sei pezzi.
La straordinaria produttività e collaborazione dei due nuovi arrivati porta quindi ad un’evoluzione del sound, che da una solida base hard in perfetta linea con quello che era il souno dei primi anni ‘70 si sposta verso un hard rock ricco di sfumature, dal funky al soul, senza però mai dimenticare quelle che sono le radici bluesy della band.
La nuova natura della band però porterà all’insoddisfazione del problematico Blackmore, che in passato aveva già dimostrato il proprio carattere da leader causando la rottura con Gillan; il chitarrista, coinvolto in nuovi progetti e mosso da nuovi interessa musicali, lascerà prontamente i Purple per creare i Rainbow insieme al fidato R.J. Dio (Blackmore sarà sostituito da Tommy Bolin per le registrazioni e il tour di “Come taste the Band”, 1975).
Purtroppo “Stormbringer” non eguaglierà il successo dello straordinario “Burn”.




La title track apre nel modo migliore possibile l’album, dal suo andamento da mid tempo fino ad arrivare al bellissimo refrain, arricchito dai fraseggi di un Blackmore più che mai ispirato; inoltre il solo di chitarra, anche se uno dei più semplici e meno virtuosi, è forse uno dei più espressivi mai usciti dalla Stratocaster del musicista inglese.
“Love don’t mean a Thing” si muove a ritmo funk, tra chitarre pulite dal suono ricchissimo e una sezione ritmica dal gran groove; non possiamo non notare poi l’apporto vocale di Hughes: la voce acuta e potente del nuovo bassista funge da perfetto contrappunto a quella calda e profonda di Coverdale.
Con “Holy Man” e “Hold On” ci muoviamo sempre sulle stesse coordinate: la prima quasi sulla struttura da power ballad, con un bel refrain contrapposto ad una strofa super cantabile, la seconda dal sapore più blues, cantata in strofe alternate da Coverdale e Hughes.
Torniamo quasi ai tempi di “Burn” con “Lady Double Dealer”, tra i brani più belli dell’album: un energico pezzo di puro hard rock, dove un sicurissimo Blackmore sforna uno dei riff più convincenti di sempre.
Da notare anche il bridge melodico, in perfetta linea con quanto la band vuole proporre in termini di novità nel sound.




Decisamente funkeggiante è la coinvolgente “You can’t do it right”, cantata da tutte e due le voci in un perfetto alternarsi; notiamo quasi per la prima volta la presenza di Lord grazie ad un azzeccato solo di synth (la presenza del tastierista è notevolmente diminuita in termini solistici e di “volume“).
Si rockeggia decisamente di più con “High Ball Shooter”, brano perfetto, dal tiro deciso e dalla struttura ben architettata: di nuovo le voci si alternano creando contrasti da brividi e Lord ci regala un bellissimo solo old style di organo.
“The Gypsy” rappresenta una piccola anticipazione di quello che sarà il sound dei Rainbow: ritmiche spesso in mid tempo, tonalità minori, atmosfera “epica” e un Blackmore che predilige l’espressività e la melodia allo sfoggio della tecnica.
Grandissimo brano.
Conclude quella che è la più bella ballata della band inglese, “Soldier of Fortune”.
La voce di Coverdale poche volte è stata cosi’ ispirata e struggente, e Blackmore non è mai stato cosi’ abile come in questo caso nel comporre qualcosa di veramente toccante.




“Stormbringer” è un ottimo album, forse colpevole di essere uscito a nemmeno un anno di distanza dal capolavoro “Burn” e quindi eclissato dal successo più duraturo del precedente.
Le acque si muoveranno di nuovo, il sound subirà altri mutamenti, a partire già dal lavoro successivo e dall’entrata di Bolin.
Ma di questo parleremo più avanti.

martedì 31 maggio 2011

In breve: Black Merda - Black Merda & Amon Duul II - Phallus Dei

Senza addentrarmi in una vera e propria recensione vorrei portare l’attenzione su due album di culto; come spesso accade questi album si trovano sull’orlo del baratro, in equilibrio precario tra l’essere ignorati e l’essere esaltati da una ristretta cerchia di fan, a discapito della loro indiscussa e oggettiva validità.



Il primo di cui vorrei parlare è il self titled dei Black Merda (1970), di sicuro la band con il nome più equivoco della storia della musica: infatti la pronuncia esatta sarebbe “black murder”, essendo “merda” la contrattura del vocabolo murder in slang afro-americano.
Cosa ci propongono i quattro musicisti di Detroit?
Il primo nome che viene in mente ascoltando un brano a caso degli undici che compongono l’album è quello di Jimi Hendrix: non solo la voce del leader Anthony Hawkins si avvicina per timbro e stile a quella del grande chitarrista, ma anche il groove e la scelta dei suoni rimandano al tipico sound hendrixiano.
Ci muoviamo comunque nelle coordinate di un blues rock ricchissimo di spunti interessanti, tra fughe psichedeliche e ritmiche coinvolgenti; il mood soul di alcuni brani rende il tutto più roots, mentre l’aggressiva ritmica funk di altri dona una modernità e un’energia incredibile.
Tra i brani migliori troviamo “Ashamed”, di stampo chiaramente hendrixiano, ma comunque validissima e ricca di carica funky; anche l’opener “Prophet” non è da meno in fatto di groove ed energia.
Molto belle sono anche “Reality” dove la voce raggiunge grandi picchi di espressività, nonchè la seguente “Windsong”, blues minore strumentale ricco di feeling.
In generale un bell’album, a cavallo tra il blues più puro che guarda al soul e quello più psych sulle orme del migliore Hendrix.
Obbligatorio per gli amanti dei suddetti generi.







L’altro album di cui parliamo brevemente è “Phallus Dei” degli Amon Duul II, datato 1969.
Sicuramente tra i più rappresentativi e migliori album della cosiddetta scena krautrock, “Phallus Dei” resta ancora oggi un album sconosciuto ai più, sicuramente a causa anche della sua natura particolare e decisamente non semplice e diretta.
Col termine krautrock si intende una pionieristica scena di gruppi e musicisti sviluppatasi in germania nei primi anni settanta, attivi nella sperimentazione strumentale e attenti alle nuove frontiere dell’elettronica, che sovvertirono la struttura della canzone per avvicinarsi ad architetture più ricche e complicate con particolare attenzione alla natura “ipnotica” e psichedelica (non nell’accezione californiana del termine) della musica.
Per citare i più famosi troviamo tra le file di questa nuova scena band come i Faust, i Popol Vuh e i seminali Ash Ra Tempel.
La line up di “Phallus Dei” comprende ben dieci membri, per un grande numero di strumenti: dalle percussioni più diverse al sassofono, dal vibrafono al violino.
I cinque brani ci conducono in un viaggio ai limiti del cosmo, tra vere e proprie visioni allucinate, atmosfere surreali e lievemente decadenti.
Apre “Kanaan”, dai bellissimi fraseggi di chitarra e vibrafono incastonati nel caos sonoro e percussivo, nonchè dalla suggestiva voce declamata.
Nei sei minuti di “De gutet, schonen, wahren” assistiamo ad una irreale prova vocale in uno stile che può ricordare quello dei Comus, tra chitarre ultra distorte e percussioni ipnotiche.
Si continua con “Luzifers Ghilom”, arricchita da un bell’organo e da un finale che sa di rituale orgistico in onore di chissà quale divinità pagana e perversa (come direbbe il buon Lovecraft).

I due minuti di rullo di tamburi di “Henriette Krötenschwanz” ci portano alla conclusiva e mastodontica title track, dalla durata di ben venti minuti, vera e propria sintesti (si fa per dire!) di quello che è il sound degli Amon.
Album ultra consigliato a tutti senza eccezioni…quello degli Amon Duul II è un viaggio che prima o poi bisogna fare!

lunedì 23 maggio 2011

Comus - First Utterance (1971), manifesto di psichedelia ossianica.



Finalmente parliamo dei Comus!
Sicuramente chi è entrato nell’immenso labirinto del progressive rock degli anni settanta avrà sentito parlare di questa grandissima band, oppure ascoltato qualcuna delle canzoni più celebri.
Per introdurre questo capolavoro che porta il nome di “First Utterance” partirei dalla line up, buon punto di inizio per addentrarsi in quello che è il particolarissimo sound dei Comus.
Al fianco del leader Roger Wooton (chitarra folk e voce), Glenn Goring (chitarre e percussioni), Andy Hellaby (basso), Colin Pearson (violino e viola), Bobby Watson (voce femminile e percussioni) e Rob Young (fiati: flauti e oboe).
Siamo davanti ad una formazione ben assortita e decisamente particolare, incentrata su strumenti atipici per quanto riguarda il progressive più canonico, dove al massimo figurava un flauto al fianco degli strumenti ritmici (con le dovute eccezioni naturalmente).
Gli strumenti di estrazione classica (oboe, flauto, viola e violino) incontrano quelli di natura folkloristica (lo stesso violino, chitarra folk e percussioni varie) generando un sound unico e lievemente distorto, certamente ricco di influenze popolari britanniche ma non libero dalle nuove soluzioni della psichedelia: l’atmosfera straniante, perturbante e assolutamente “allucinogena” che si respira nel procedere dell’ascolto non è facile da riscontrare in altre band che si avvalgono del solo uso di strumenti acustici e popolari.
Quello creato dai Comus non è altro che un labirinto sonoro, irreale e concreto allo stesso tempo, tra aree illuminate e altre nel buio più nero; un viaggio al limite tra il fiabesco e il disturbante, tra la purezza del folk anglosassone e le peccaminose grinfie della psichedelia.





“Diana” apre le porte del mondo al contrario dei Comus, presentandosi come una sorta di manifesto della psichedelia ossianica della band,
Un ostinato di basso regge la struttura sulla quale poggiano l’allucinata (sfiderei chiunque a non definirla tale!) voce di Wootton e quella di Bobby Watson, decisamente più eterea e canonica; molto interessanti le inserzioni degli archi poco prima della metà del brano, i quali aprono la strada alle percussioni facendo decollare il brano da un “goffo” folk a una sfrenata danza.
La lunga “The Herald” ci dimostra come il sound Comus sia assolutamente personale, ricco e malleabile: una prima sezione in stile ballata, dal sapore cupo e malinconico, precede una sezione centrale (strumentale) dove è possibile ascoltare ognuno degli strumenti nella fantastica gamma di timbri che la band propone; infine troviamo una coda dove riprende il cantato riproponendo la malinconica melodia iniziale.
Proseguiamo.
“Drip Drip” è sostenuta da una ritmica tribale sulla quale il violino intesse melodie tra il popolare irlandese e il sapore modale della musica orientale, accompagnando quasi in contrappunto la spericolata voce del leader.
La successiva “Song to Comus” risulta una delle canzoni più belle ed interessanti dell’album, dove la chitarra acustica ha un ruolo assolutamente primario, accompagnata per la prima volta da un flauto veramente in risalto rispetto al resto dell’impasto timbrico.
Le strofe si contrappongono ad una seconda sezione (la quale non è ragionevole chiamare ritornello) dove il ritmo si fa più sostenuto, grazie anche al supporto del violino e della viola che irrobustiscono il tutto; le percussioni ritmano sempre col loro incedere etnico ed ipnotico e sembra quasi di trovarsi di fronte ad un atipico suonatore di tabla.
Sembra di ascoltare i Jethro Tull migliori (sebbene siamo veramente molto lontani dalla band di Anderson) con la seguente “The Bite”, movimentata e frenetica dove la voce di Wootton regala una delle sue performance migliori, tra vocalizzi al limite del psichedelico e passaggi dal sapore vagamente bluesy.
Dopo il breve intermezzo strumentale “Bitten”, ascoltiamo il brano conclusivo di questo “First Utterance”: “The Prisoner”.Qui più che in altri brani è lampante l’influenza folklorica non solo britannica (o in generale nord-europea) ma anche mediterranea, riscontrabile nella ripetitività di alcuni moduli, nella natura di alcuni vocalizzi e nell’importante apporto delle percussioni come vero e proprio elemento portante della struttura.
Un ultima parola la vorrei spendere per i testi: temi quali l’alienazione, la pazzia, il rovesciamento delle leggi morali e la violenza, il fondersi della realtà col sogno e tutto ciò che è perturbante torna più volte all’interno delle liriche; l’atmosfera cupa, nordica e notturna che troviamo in alcuni brani si riflette negli
stessi testi (una citazione su tutte: “The dim light she comes peering through the forest pines, and she knows by the sound of the baying, the baying of the hounds”).



Questo è un album da ascoltare e riascoltare: la prima volta non riuscirà ad essere chiaro in tutti i suoi particolari, non riuscirete a percepire la voce dei singoli strumenti e ancor meno riuscirete a notare la grandissima raffinatezza di alcuni passaggi scontrarsi con il delirio psichedelico di altri.
Un must.

venerdì 20 maggio 2011

Metamorfosi - Inferno (1973)

Se dovessi consigliarvi qualche album italiano degli anni ‘70, a prescindere dal genere e dallo stile, ma basandomi sull’originalità, sull’abilità compositiva e sulla forza emozionale non avrei dubbi: sicuramente “Inferno” dei Metarfosi sarebbe tra i primi che citerei.
Non trovo molte parole per descrivere questo lavoro, secondo il parere di chi scrive, uno dei punti più alti del progressive rock italiano e non, ricchissimo delle più disparate influenze rimanendo comunque chiaro e godibile in ogni sua sfaccettatura.
“Inferno” è il secondo album di una band tanto grandiosa quanto poco conosciuta al giorno d’oggi al grande pubblico: i Metamorfosi.
Formatisi nel 1970 per volere del carismatico e abilissimo leader Jimmy Spitaleri e del tastierista Enrico Olivieri, registrano e pubblicano due album (1972, “..e fu il sesto giorno” e il nostro “Inferno”, 1973) per poi interrompere l’attività musicale solo pochi anni dopo, nel 1975.
Nell’ultimo decennio la band è tornata in attività, con la pubblicazione di “Paradiso” nel 2004 senza dimenticare la rinnovata attività concertistica (inoltre nel 2009 Spitaleri è entrato a far parte delle Orme in sostituzione dello storico Tagliapietra, registrando con la band l’ultima fatica in studio “La via della Seta”, 2011).

Oltre ai già citati fondatori troviamo nella line up che registò “Inferno” Roberto Turbitosi al basso, già in forze alla band dal disco precedente, e la nuova entrata dietro le pelli di Gianluca Herygers.
L’album si propone come un dantesco viaggio all’Inferno, tra i peccati e i lati oscuri dell’essere umano, nei gironi dove eternamente si dannano gli avari e i violenti, i lussuriosi e gli assassini, senza dimenticare i “più attuali” razzisti e spacciatori di droga.
Mai più sound fu più adatto per rappresentare questa discesa agli inferi: il ruolo predominante delle tastiere crea atmosfere grandiose, tra l’epico e l’inquietante, il malinconico e l’euforico.
I ricchissimi cambi di tempo rendono questa lunghissima suite una creatura dalle mille facce, alcune dalla bellezza incredibile altre dalla smorfia di disperazione.
Un sunto di quello che sentiremo è il primo brano, “Introduzione” che nei suoi sette minuti (è il pezzo più lungo) dimostra le incredibile risorse della band: l’apertura organistica è di grande effetto, la voce di Spitaleri sicura e declamatoria si posa sopra al malinconico suono di un clavicembalo, che verrà poi sostituito dai più moderni sintetizzatori che creeranno una vera e propria cavalcata strumentale tra le più efficaci dell’album.
Il viaggio inizia con l’incontro con Caronte dopo il passaggio attraverso alle severe porte dell’Inferno, che invitano alla liberazione da ogni speranza e a rassegnarsi ad un’eternità di dolore e sofferenza.
Il primo grande incontro si ha con gli spacciatori di droga, in un episodio ricco di forza e di pathos, dove troviamo anche una sezione strumentale all’altezza di quella già ascoltata nel brano di introduzione.
Uno dei pezzi migliori di tutto il lavoro.




Con “Lussuriosi” l’atmosfera cambia, a metà tra il tragico e il rassegnato, una dichiarazione di presa coscienza dei propri peccati che posa sopra una bella base di clavicembalo.
E dopo di loro troviamo gli “Avari”: ancora un cambio di atmosfera, ma sempre una triste constatazione della pena eterna per i peccati commessi sulla Terra.
Ottimi i passaggi di synth tra una strofa e l’altra.
“Violenti” e “Malebolge” ci accompagnano in altri gironi, tra ritmiche cangianti e bellissimi passaggi di organo (vero e proprio strumento principale dell’album), frasi soliste di synth e atmosfere evocative; in “Malebolge” la voce di Spitaleri da una delle sue prove migliori, accompagnato da una sezione ritmica dove è chiaramente possibile ascoltare il basso, prima forse un po’ nascosto.
E’ il turno degli “Sfruttatori” e dei “Razzisti”, ai quali sono affidate terribili pene; la musica è ancora grandiosa e ricchissima, efficace in ogni sua soluzione, piena di espdienti sonori totalmente azzeccati (l’alternarsi tra organo e synth per esempio).
Giungiamo alla fine del viaggi con “Lucifero (Politicante)” e “Conclusione”; nel primo caso vale quanto già detto, mente il secondo brano è un bell’outro di circa un minuto e mezzo, che citando Dante narra del ritorno alla situazione terrena e dell’abbandono delle terre infernali.
Un viaggio da fare, senza se e senza ma.

lunedì 16 maggio 2011

Le Orme - Uomo di Pezza (1972)

Abbiamo parlato delle Orme di recente, concentrandoci su quel “Collage”, che usci’ nel 1971 portando con sé una ventata di freschezza nel panorama musicale italiano.
Infatti “Collage” dimostrava come la voglia di sperimentare, di assimilare le infinite influenze che provenivano dall’Inghilterra e dagli Stati Unita, di puntare a qualcosa di più che alla composizione di semplici canzonette da classifica era più che mai viva in una moltitudine di musicisti e band che non aspettavano altro che la scintilla di innesco.
L’album fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno, con le sue divagazioni strumentali, l’organo di Pagliuca che si lanciava in soli frenetici, tra influenze classiche e attitudine psichedelica, il tutto senza mai rinnegare la forma della canzone tanto cara al pubblico italiano dell’epoca.
Il beat era infatti ancora il massimo al quale una giovane band doveva puntare per avere successo sicuro; ma il trio di Mestre non si accontenta più di scalare le classifiche con facilità, mantenendo un’immagine schiava della moda e del gusto del pubblico (se vogliamo, la figura dei Beatles e delle band inglesi della seconda metà del decennio precedente era più che mai pressante su chi si dedicava alla musica pop in italia).
Quale fu questa goccia che fece traboccare il vaso stagnante della musica italiana?
Un viaggio.
Fu proprio provvidenziale viaggio di Pagliuca (tastiere, organo e il nuovissimo,per l’Italia, sintetizzatore) in Inghilterra, dove venuto a contatto con le più disparate realtà rock e pop, da Jimi Hendrix agli Yes grazie all’amicizia con il fotografo specializzato in stampa musicale Armando Gallo, capisce come il beat non sia giunto che al suo tramonto e la nuova via della sperimentazione può aprire orizzonti inaspettati.
Al ritorno in Italia espone le idee agli altri due membri del gruppo (ricordiamo, Michi Dei Rossi alla batteria e Aldo Tagliapietra alla voce e basso/chitarra); qualche mese di ritiro in una baita in assoluta tranquillità, circondati solo da strumenti di ogni genere e dalle più disparate idee e spunti musicali, e i tre danno alla luce “Collage”.
Il resto è storia.





L’album di cui voglio parlare è il successivo, datato 1972; grandissimo successo discografico e ancor meglio grandissima prova di originalità e idee valide, “Uomo di Pezza” si colloca come uno dei lavori più rappresentativi della scena italiana, non ancora definibile progressive rock ma sulla buona strada per esserlo.
Infatti il genere era definito all’epoca semplicemente come “pop” (lo stesso Pagliuca da questa definizione in un‘intervista con Renzo Arbore risalente a circa un anno prima), cioè quanto bastava per rendere calzante la differenza col beat, visto come vero e proprio stile da superare e innovare.
L’introduzione bachiana (ispirata ad una ciaccona del fondamentale compositore) di “Una dolcezza nuova”, che apre l’album, è ampiamente rappresentativa del nuovo modo di comporre della band, maturata dopo la composizione di “Collage”; fondamentale anche l’acquisizione di una sicurezza maggiore sullo stile e sulla conduzione delle canzoni.
Notiamo da questo primo pezzo come la canzone, intesa come forma musicale, sia ancora la struttura prediletta dalla band, la quale non ancora compie il passo successivo, ovvero quello della “messa in crisi” della stessa, per avvicinarsi ad un processo compositivo che sarà tipico del progressive più maturo.
Con “Gioco di Bimba” siamo di fronte alla più grande hit delle Orme, vero e proprio successo discografico; questo non vuol dire che il brano sia musicalmente banale o obsoleto, anzi, risulta proprio innovativo nell’utilizzo di alcuni accorgimenti che esulano dalla normale canzone beat.
Innanzitutto un tempo diverso dai canonici quattro quarti oltre alla grande varietà coloristica degli strumenti della band, il tutto su una struttura a prima vista semplice ma non scontata.
Più interessante è però al successiva “La Porta chiusa”, canzone proposta ancora oggi nei live della band, dal grande impatto dato dal riff portante di synth e dalla seconda parte strumentale, senza dubbio definibile progressive e questa volta senza cautela.
Una introduzione a metà tra il sognante e l’acidità psichedelica apre “Breve Immagine”, che con il suo incedere si dimostrerà strettamente legata al panorama pop italiano, in contrapposizione con il brano più sperimentale di cui abbiamo parlato in precedenza.
Molto bella è “Figure di cartone”, dal testo malinconico e dall’andamento omogeneo, arricchita da un bel solo di Tony Pagliuca alle tastiere e dall’incedere ritmico e cadenzato della chitarra acustica.
Chiudono l’album “Aspettando l’alba” e “Alienazione”; il primo si dimostra come uno dei brani più belli dell’album, grazie alla melodia vocale e all’accompagnamento acustico contrapposto al suono elettronico e moderno delle tastiere e dei synth, mentre il brano conclusivo non è altro che un outro strumentale dove ogni componente della band dimostra una certa abilità tecnica sui propri “ferri” (sulla quale comunque non dubitavamo!).





In conclusione “Uomo di Pezza” è un grande album, fondamentale per capire una scena in evoluzione come quella italiana nei primi anni ‘70, e prova di come la musica la nostra penisola abbia vissuto tempi di grandissima ricchezza, fantasia e capacità musicale.

venerdì 13 maggio 2011

Area - Crac! (1975)


Gli Area sono stati uno dei gruppi più innovativi della scena italiana durante quel fantastico periodo in cui la musica italiana riusci’ a tener testa all’egemonia britannica: gli anni 70’.
Gli Area rappresentano poi un caso praticamente unico nel nostro paese dove, mai prima d’ora, un gruppo si era spinto tanto oltre nello sperimentare nuove sonorità e nel fondere stili differenti.
Free jazz, musica elettronica, musica etnica e rock si fondono grazie al lavoro di questi 5 musicisti, riuscendo a creare delle musiche che influenzeranno le generazioni successive fino ai giorni nostri.
Questo grazie alla bravura dei musicisti: Patrizio Fariselli (tastiere e sintetizzatore), Ares Tavolazzi (basso e trombone), Gianpaolo Tofani (chitarra e sintetizzatore), Giulio Capiozzo (batteria e percussioni) e ultimo ma non per importanza Demetrio Stratos (voce e organo).

Il disco che vado a recensire è Crac!, uscito nel 1975, secondo me l’apice e il capolavoro di tutta la loro carriera musicale, a dispetto dei precedenti Arbeit Macht Frei (1973) e Caution Radiation Area (1974), dove tutte le influenze dei vari elementi confluiscono per accomunare jazz (Fariselli, Capiozzo e Tavolazzi), rock (Tofani) e musica sperimentale (Stratos).
Il pezzo che apre il disco si chiama “L’elefante Bianco” ed è la summa di ciò che troveremo anche in seguito, musica etnica unita ad un estro jazz.
Grande prova tecnica per Fariselli, che dimostra di essere fra i più grandi tastieristi al mondo in quel periodo riuscendo ad accumunare melodia e tecnica, e per Capiozzo, a suo agio fra cambi tempo e ritmiche dispari.
Ma subito si nota la grande voce di Demetrio Stratos, che riusciva a emettere quadrifonie con l’utilizzo della stessa creando uno stile innovativo rispetto alla stragrande maggioranza dei cantanti in circolazione, diventando di fatto una “voce strumento”, riuscendo inoltre ad essere dolce ed aggressiva allo stesso tempo.
Si passa poi ad un’altra perla di quest’album, “La Mela di Odessa”, dove ad una prima parte strumentale molto caotica, dove si “mettono in mostra” Fariselli e Tofani, si contrappone una ritmica quasi funk, dove la voce di Stratos quasi racconta (piuttosto che cantare) una storia: sarà uno dei cavalli di battagli del gruppo durante live.





Le successive due canzoni, “Megalopoli” e “Nervi Scoperti”, sono strumentali: qui la voce di Stratos si impone come vera “voce-strumento” con vocalizzi che fanno capire la vera potenza della sua espressività.
La prima è un jazz-rock “normale” con continui (ma non eccessivi) virtuosismi da parte dei vari elementi del gruppo, sostenuti da un’eccellente sezione ritmica, e vari assoli del “solito” Fariselli, vera colonna portante degli Area.
La seconda è invece, a dispetto dell’intro molto melodico e in un certo senso normale, molto più caotica, con parti che sembrano puro caos senza un vero filo conduttore: è probabilmente uno dei pezzi di più difficile comprensione degli Area.
Si passa poi a quello che possiamo definire come il pezzo più famoso degli Area, “Gioia e Rivoluzione”, dove ad un inizio di pianoforte, a cui segue l’ingresso della voce, si passa poi ad un sintetizzatore che sembra fare la parte del ritornello (come “Impressioni di Settembre” dei PFM per intenderci) con l’intento sia di essere orecchiabile sia di non essere scontato.
Anche in questa canzone (l’ultima propriamente cantata del disco) la scena è per Demetrio Stratos, che riesce a dare ulteriore forza ad un pezzo di per se già fantastico.
Le ultime due canzoni di “Crac!” sono “Implosion” e “Area 5”: il primo è una brano jazz- rock con notevoli spunti solistici, la seconda invece pare un esperimento fra pianoforte, batteria e la voce di Stratos, che sembra spuntare fuori dal nulla.





In sostanza è uno dei più originali e folli lp della scena italiana degli anni ‘70, meno celebrato dei precedenti, ma ancor meno particolare rispetto ai lavori successivi.