sabato 30 aprile 2011

Extreme metal corner: Morbid Angel - Blessed are the Sick (1991)


Fra qualche mese, una delle pietre miliari nell’ambito del metal estremo, compirà ben 20 anni: stiamo parlando di “Blessed are the Sick” dei Morbid Angel uscito nell’estate ‘91 per la Ereache Records.
Se l’ultima volta che ci siamo occuparo di extreme metal abbiamo trattato l’ultimo album di Burzum, ovvero un personaggio fondamentale nella storia del black metal norvegese (o comunque europeo) oggi voliamo in America, dove alla fine degli anni ‘80 stava crescendo una fertile scena death metal che col passare del tempo avrebbe combattutto a fasi alterne in popolarità (e qualità) con la non ancora affermata scena svedese.
I Morbid Angel vennero fondati nel 1984 in Florida, vera e propria culla del sound estremo americano (Death, Deicide e Obituary, solo per nominire tre dei più celebri, si formarono proprio a Tampa, la stessa città della band di cui stiamo parlando).


Dalla prima metà degli anni ‘80 il thrash metal nord americano e l’hardcore erano la principale fonte di sound estremo negli stati uniti: gruppi quali Slayer, Metallica o Anthrax avevano già raggiunto una grandissima popolarità tra i nuovi metal heads e anche tra i più navigati metallari ancora legati al sound della NWOBHM (per chi non fosse pratico, new wave of british heavy metal).
Il thrash metal divenne quindi un genere di culto, sviluppando un importantissimo braccio anche in Europa, con la scena tedesca (tutt’ora fertilissima) che diede i natali a band del calibro di Sodom e Kreator sempre nella prima metà degli anni ‘80.
Nel frattempo l’ulteriore estremizzazione del sound aveva portato alla nascita dei primi gruppi death metal, la quale tendenza era quella di un maggior utilizzo di doti tecniche rispetto ai gruppi thrash abbinato ad una brutalità e immediatezza del sound; le aspre vocals del thrash si trasformarono nel growl, le ritmiche serrate divennero furiosi blast beats e i soli melodici si mutarono in vere e proprie prove di abilità tecnica e resistenza fisica.
In breve, nacque un nuovo genere all’interno dell’infinito universo dell’heavy metal.




Dopo questa sintetica (moolto) introduzione per chi non fosse pratico di metallo pesante parlerei in breve di questo album, un vero e proprio punto fermo nel panorama death.
I Morbid Angel avevano debuttato sulla scena floridiano ben due anni prima con il loro primo “Altars of Madness” riscuotendo un enorme e meritato successo: l’attitudine ricordava ancora la gloria del thrash west coast, ma era intuibile che qualche cosa di nuovo stava per nascere.
Con l’uscita di “Blessed are the Sick” tutto si fa più chiaro: questo è il death metal, niente più attaccamento ad altri generi, niente più accostamenti, è nato un qualcosa nuovo.

Il sound è grezzo, diretto; la batteria si esprime in una moltitudine di figure ritmiche legate tra di loro da un quasi perenne stuolo di blast beats, i riff si susseguono furiosi e i soli ultra tecnici arricchiscono il tutto.
Il growl di David Vincent è ancora ad uno stadio primitivo rispetto alle band death metal odierne (o anche solo successive, pensate ai Suffocation per esempio), ma questo non vuol dire che non sia efficace.
Pezzi come “Fall from Grace”, “Days of suffering”, “The Ancient Ones” aprono una nuova porta all’interno del metal, creando veri e proprio stilemi dai quali attingeranno decine e decine di band negli anni immediatamente successivi, dai Cannibal Corpse agli Opeth, dai Napalm Death alle ultime uscite di tecnica death di Abysmal Dawn o Decrepit Birth.





Insomma, i Morbid Angel, già al secondo album mettevano le cose in chiaro: estremizzazione dei canoni già presenti nel thrash con l’inserzione di una maggiore tecnica strumentale e violenza complessiva del sound.
Non mancano pero’ i brani più particolari, come il mid tempo cadenzato “Blessed are the sick- Leadin the rats”, l’intermezzo acustico “Desolate Ways”, o quello suonato all’organo “Doomsday Celebration”; o ancora “In Remembrance”, meraviglioso outro suonato completamente al piano.
Si torna poi alla violenza del death più classico con “Abominations”, oppure la più celebre “Unholy Blasphemies”, dai soli brevi ma funambolici.

Col passare del tempo il death metal si evolverà, verrà contaminato, smontato e rimontato in mille modi; se vogliamo i Morbid Angel avevano già previsto tutto questo, creando un sound innovativo, accessibile a pochi ma apprezzato all’unanimità nell’ambiente dell’heavy metal.

Fondamentale.

Electric Wizard - Witchcult Today (2007)


Gli Electric Wizard negli ultimi anni si sono guadagnati una bella schiera di fan, oltre ad essere diventati un vero e proprio gruppo di culto da parte degli appassionati di doom, stoner e, perché no, psichedelia.
Formatisi nel 1993 in Inghilterra, gli Electric Wizard, fino ad oggi hanno pubblicato sette album, il primo due anni dopo la loro nascita e l’ultimo uscito poco meno di un anno fa.
Nella loro discografia possiamo pero’ trovare anche un paio di split con i più noti Orange Goblin, uno con i Reverend Bizarre e tre ep (tra i quali consiglio l’ascolto di “Supercoven”, 1998).
La line up attuale si è formata dopo diversi cambi di organico, e ad oggi comprende: il leader Jus Oborne (chitarra/voce, l‘unico membro rimasto dalla prima formazione del gruppo), la chitarrista Liz Buckingham, Tas Danazoglou al basso e il batterista Shaun Rutter.


Il genere proposto dalla band è un dilatato e cupo (come potrebbe non esserlo?) doom, molto influenzato anche dal più recente gusto stoner, che spesso ha portato diverse band a creare ibridi tra i due stili molto interessanti (come i già citati Orange Goblin).
Potrei dire una banalità, ma non posso risparmiare l’osservazione sulla grandissima influenza sabbathiana della band: in verità, sono pochissime le band che si dedicano al doom dove non è possibile ascoltare neanche una minima particella del sound dei primi Black Sabbath (quelli dell’esordio, fino al quarto/quinto album).




Se vogliamo sottolineare i punti caratteristici dello stile degli Electric Wizard non possiamo quindi notare le seguenti cose: tempi rallentati ma comunque sostenuti, che non arrivano mai all’esasperazione della lentezza del funeral doom ma non superano il classico mid tempo; le chitarre dalla distorsione ultra compressa sono le protagoniste del tappero sonoro dei brani, macinando riff su riff; la voce del leader Oborne è veramente adatta al sound, risultando energica pur risuonando “lontana” e quasi sommersa dal suono generale della band; la lunghezza dei brani in questo caso è azzeccata, o meglio, non è un punto in sfavore come puo’ succedere in album di altre band doom.
Potrebbe sembrare strano, ma nel caso degli Electric Wizard l’influenza hard rock (naturalmente quello post psichedelico anni ‘70) è molto maggiore rispetto a quella proveniente dal metal; infatti sono abbastanza perplesso quando sento classificare la band nel panorama del doom metal.
Per capire basti ascoltare un brano come “Torquemada 71”, dove le chitarre suonano in pieno stile hard brevi parti soliste sopra un ripetitivo riff che potrebbe benissimo essere stato scritto da Iommy.
Si avvicina quasi, e sottolineo quasi, a sonorità funeral doom la settima traccia “Black magic rituals and perversion”, completamente strumentale (a parte alcuni sample recitati tratti da diverse fonti): infatti è il brano dove l’oppressività doom è più evidente, e uno dei più lunghi del disco, superando di qualche secondo gli undici minuti.
Altro brano interessante è quello che chiude l’album, “Saturnine”, un vero e proprio pezzo hard rock allucinato e acido, dal riff principale di cui non ripeto l’influenza principale (penso che si sia capito!) e dalla linea vocale molto convincente.
“Dunwich”, che dal titolo e dal testo lascia trasparire l’interesse del leader della band per la letteratura di H.P.Lovecraft, è un altro dei pezzi forti dell’album: forse il più movimentato e dalla melodia meno enigmatica (si fa per dire, naturalmente).
Un vero e proprio macigno è invece la bellissima “Satanic rites of Drugula”, brano che mostra al cento per cento le capacità della band, tra doom purissimo, qualche riff stoner a condire il tutto e un’attitudine settantiana di sfondo.





Consiglio questo album a chi è interessato alle sonorità più forti ma sempre legati all’ambito del rock (e che poco non sconfina nel metal), a chi vuole sapere cosa esce fuori dall’incrocio tra Black Sabbath e Eyehategod o semplicemente a chi è alla ricerca di un bel disco.

venerdì 29 aprile 2011

Black Sabbath - Technical Ecstasy (1976)


Nel 1976 i Black Sabbath pubblicano il loro settimo album, “Technical Ecstasy”, il penultimo con alla voce Ozzy Osbourne (che sarà sostituito da Ronnie James Dio nel 1980, con l’uscita di “Heaven & Hell”).
La band si era dimostrata una colonna portante dell’hard rock mondiale già dall’uscita del primo album nel 1970, quel “Black Sabbath” che conteneva brani come la title track, che dimostrava già come i tempi rallentati, i riff ossessivi e ripetuti senza mai dimenticare l’approccio blues fossero la caratteristica della band.
Il tutto veniva riconfermato con l’uscita dell’album successivo, ovvero il celebre e fondamentale “Paranoid” (1970/1971): il sound della band si differenziava dal resto dei protagonisti del rock settantiano in termini di aggressività, gusto melodico abbondantemente psichedelico, strutture dei brani ripetitive, distorsioni e sound “sporco“…insomma, brani come “Electric Funeral”, “Iron Man” o “Paranoid” portano nel rock quello che mancava per la naturale evoluzione del genere che porterà alla nascita di nuovi stili e tendenze (l’influenza dei Sabbath nel doom, e in minor misura nello stoner è palese).

Con gli album successivi il sound dei Black Sabbath si arricchisce di influenze, in parte “ammorbidendosi” e avvicinandosi a volte al rock di tendeza, senza risparmiare le parentesi più pop (in rari casi).
Un’apice delle prime pubblicazioni è sicuramente raggiunto da “Sabbath bloody Sabbath”, quinto album in studio, dove la presenza di Rick Wakeman ospite alle tastiere è tangibile e il sound della band britannica si colora di tinte quasi prog in alcuni casi; non mancano pero’ i brani in puro stile sabbathiano come la title track o la super-coverizzata (da molti gruppi heavy metal, tra cui i Metallica) e energica “Sabbra Cadabra”.




L’album di cui parliamo, invece, segna una svolta nell’attitudine musicale della band: in questo lavoro infatti le atmosfere cupe, pesanti, i riff ossessivi di Iommi sono accantonati per un insieme di nuove caratteristiche, non meno interessanti di quelle del sound originale della band.
Fondamentale è il lavoro alle tastiere, questa volta affidato a Gerald Woodruffe, che si divide tra synth, piano e qualche passaggio sull’organo: in questo album l’importanza di questi strumenti è primaria, quindi il suddetto musicista è quasi da considerarsi un quinto membro nell’economia del disco.
L’album si apre con un paio di pezzi molto interessanti: il primo, “Backstreet Kids” è forse il brano più sabbathiano del disco, quello che più guarda verso i primi lavori.
Essenzialmente ci troviamo ad ascoltare un brano hard rock dalla struttura semplice, dove la chitarra di Iommi sembra uscita direttamente da “Paranoid”, cosi’ come la sezione ritmica cavalca su un tempo che ricorda molto da vicino brani più celebri della band.

Più particolare è “You won’t change me”, la quale apertura in puro stile “Black Sabbath” sembra preannunciare un brano lento e “doom”: in realtà possiamo quasi classificarla come una power ballad, anche se non manca certo di aggressività e spunti più particolari.
“It’s alright” è una vera pecora nera nei Black Sabbath con Ozzy: una ballata molto pacata che sembra uscita direttamente da qualche album glam o sleazy anni ‘80.
In questo senso si puo’ dire che i Sabbath abbiano anticipato in parte il sound dell’hard rock degli anni ‘80, ma in questo particolare caso il brano stona un po’ nella struttura dell’album.
Il brano è comunque abbastanza scorrevole; da notare al microfono Bill Ward, leggendario batterista della formazione storica cimentarsi per la prima volte, e con successo, nel canto.

Continuiamo con brani come “All moving parts stand still”, o “Gypsy” che ci riportano sulla via dell’hard anche un po’ heavy nel caso del primo pezzo.
In quest’ultimo brano è molto interessante il break centrale dove troviamo un cambio di tempo, che poi, in dissolvenza, riporta al riff principale e alla conclusione di uno dei pezzi migliori di questo “Technical Ecstasy”.
Già dal titolo, “Rock’n’roll doctor”, ci dice su quali coordinate si muoverà; non a caso il brano è un sostenuto rock’n’roll che ricorda in un certo senso i Rainbow meno “epici” del primo album; riff bluesy, passaggi di piano, refrain ripetuto e un bel groove fanno di questo pezzo uno dei più riusciti.
Molto bella è “She’s gone”, ballata malinconica accompagnata dalla chitarra acustica e da una sezione d’archi molto ben arrangiata; chiude l’album in maniera ottimale “Dirty Woman”, pezzo dall’andamento variabile e caratterizzato da un insieme di riff tutti molto validi.
Iommi raggiunge forse la massima ispirazione in questo brano, più che in ogni altro dell’album, suonando brevi parti solistiche (oltre ai già citati riff) molto coinvolgenti.
In generale quest’ultimo è un brano puramente hard & heavy, arricchito dall’accompagnamento all’organo oltre che da vari cambi ritmici, fino al climax finale con un Tony Iommi al massimo che “maltratta” la chitarra fino alla dissolvenza finale.

Ho voluto parlare un po’ di questo album per il fatto che, senza dubbio, è quello meno apprezzato nell’era di Ozzy; quindi per chi volesse avvicinarsi alla leggendaria formazione inglese il consiglio è sempre quello di partire dall’inizio, ascoltando album come “Black Sabbath” o “Paranoid” dove è possibile cogliere l’essenza di una band che ha scritto la storia del rock.

mercoledì 27 aprile 2011

Premiata Forneria Marconi - La buona novella A.D. 2010 (2010)


Quando nel 1970 Fabrizio De Andrè registra il suo quarto album in studio, “La buona novella”, la band che lo accompagna nelle sintetiche ma efficaci parti strumentali comprende coloro che a breve avrebbero fondato forse la più importante progressive rock band italiana di sempre: la Premiata Forneria Marconi, o più semplicemente, P.F.M.
L’album presentava tematiche decisamente interessanti, soprattutto per il periodo di ideazione dell’opera: i brani de “La buona novella” ruotano attorno a diversi episodi della vita della sacra famiglia dal punto di vista dei Vangeli Apocrifi.


In questa sede voglio segnalare brevemente l’ultima impresa in studio della P.F.M., che non è altro che una perfetta e riuscitissima rielaborazione/reinterpretazione di questo classico del cantautorato italiano, nel quale fornirono il loro prezioso contributo ben quarant’anni prima.
Musicalmente la P.F.M. è sempre stata legata all’opera del cantautore genovese: possiamo ascoltare una testimonianza preziosissima, ovvero il doppio live uscito nel 1979 dove De Andrè viene accompagnato da una matura e già affermata Forneria la quale riarrangia i classici del maestro, nonché i brani tratti dal più recente “Rimini”.



Nel lavoro di cui ci stiamo occupando, dal lato musicale, la band si sposta dalla semplice reinterpretazione, abbastanza fedele, alla versione originale dei brani (è il caso di “Maria nella bottega del falegname”) alla totale libertà nel reinventare la struttura e l’andamento del brano (ne è esempio la finale “Laudate Hominem”).
I pezzi si trasformano in tutti i casi in articolate suite, dove è quasi sempre presente una sezione centrale strumentale dove i giganti del prog italiano si lasciano andare (giustamente) allo sfoggio delle rispettive abilità tecnico strumentali, senza mai dimenticare la melodia o la base “canzone” sulla quale il tutto è posto.
“L’infanzia di Maria” si trasforma in una serrata danza folk verso il finale, mentre “Ave Maria” acquista energia e solidità rispetto alla versione originale; “Il testamento di Tito” rispetta lo storico arrangiamento datato 1979, mentre “Tre madri” si arricchisce di un interessante sound orientaleggiante.
Con “Via della croce” tocchiamo uno degli apici: introduzione recitata, ingresso del riff portante ad opera del mitico Mussida e ritmica in crescendo con alternanza di canto alle strofe, fino ad arrivare al vertice del climax con un solo chitarristico epico accompagnato alla grande dall’organo di Tagliavini (nell’originale l’organo e le tastiere erano suonare da Premoli, vera e propria colonna portante della band fino al 2005).
Questa rivisitazione, reinterpretazione (chiamatela come vi pare!) potrebbe sembrare forse un po’ azzardata, ma dire che è riuscita è poco: la P.F.M. ha centrato in pieno l’obiettivo che si era preposta, ovvero riportare a nuova vita la musica di De Andrè, per la quale Di Cioccio e compagni hanno contribuito in modo fondamentale.

martedì 26 aprile 2011

King Crimson - In the Court of the Crimson King (1969)


Ci sono dei dischi che continuano a far sentire la loro influenza anche dopo decine di anni passati dalla loro pubblicazione, e inevitabilmente “In The Court Of The Crimson King” dei King Crimson è uno di questi.
La sua influenza nel mondo della musica mondiale è stata, ed è, talmente enorme che ancora oggi diversi gruppi e artisti guardano a questo disco come ad un esempio da seguire.
I King Crimson nascono dalle ceneri dei Giles, Giles & Fripp, precedente gruppo del futuro leader del Re Cremisi, il chitarrista Robert Fripp.
Dopo un primo disco al di sotto delle loro aspettative commerciali i Giles, Giles & Fripp si sciolgono ma Fripp decide di continuare e con un cambio di formazione (nonché di nome della band) recluta Ian McDonald ai fiati (non solo sassofono e flauto traverso, ma anche clarinetto e fagotto) e tastiere, al quale presto si aggiungono Greg Lake (in sostituzione di Peter Giles), basso elettrico, chitarra folk e voce e Peter Sinfield ai testi e tecnico da palco, a questi va aggiunto Michael Giles alla batteria e percussioni.
La formazione trovata una sua stabilità, si crea un nome nell’ambiente musicale suonando una musica molto diversa da quella dei gruppi contemporanei, e questo si nota soprattutto nel loro lp di debutto: “In The Court Of The Crimson King“.



Il disco mischia sapientemente atmosfere sognanti e passaggi molto più rock, il tutto abbinato a una ricerca del suono innovativa e dai testi fiabeschi di Sinfield.
Il pezzo che apre il disco è “21st Century Schizoid Man“, che si fa notare per la voce notevolmente distorta di Lake e per i vari assoli e virtuosismi di Fripp e McDonald; interessante prestare attenzione anche il testo, riguardante l’alienazione dell’uomo moderno.
Questo è uno dei pezzi più famosi dei King Crimson e uno dei più conosciuti di sempre nel campo Progressive Rock (la prog rock band italiana P.F.M. è solita aprire i concerti con una cover di questo brano).
Il secondo pezzo è “I Talk to the Wind“, una ballata che non potrebbe essere più diversa dalla canzone precedente sia per l’atmosfera creata dal flauto, che domina tutto il pezzo, sia per il cantato che, anche grazie al non uso della distorsione, si pone in antitesi a “21st Century Schizoid Man“.
Si passa poi a “Epitaph“, brano da 8 minuti che si fa notare per l’uso sinfonico del mellotron (strumento che, anche grazie a questo disco, diventerà popolarissimo in quel periodo) che crea una particolare atmosfera che rimanda in alcuni punti ai Pink Floyd.
Da notare anche la sezione ritmica impeccabile che accompagna senza eccedere la melodia, il cantato di Lake che ben si inserisce nel brano e il lavoro chitarristico di Fripp mai banale ma sempre bellissimo.
Gli ultimi due brani sono forse i migliori di questo disco, “Moonchild” e “The Court of the Crimson King”.
Il primo è il pezzo più lungo del disco, oltre 12 minuti, in cui si viene cullati dalla splendida melodia vocale di Lake, dal mellotron e dai delicati arpeggi di chitarra.
Il brano, dopo una prima parte cantata, sembra svanire per una parte centrale molto atmosferica e suggestiva; qui forse si nota l’eccessiva lunghezza del pezzo, anche se rimane comunque uno dei gioielli del rock degli anni ’70.
L’ultimo pezzo, “The Court of the Crimson King”, è un capolavoro sinfonico in cui il mellotron e la sezione ritmica si amalgano perfettamente con il lavoro chitarristico di Fripp, chiudendo in bellezza un lp epocale.

“In The Court Of The Crimson King” è letteralmente un capolavoro e dalla sua uscita ha influenzato moltissimi gruppi, sia in Inghilterra (Genesis) sia in Italia( PFM).
Dopo questo disco McDonald( autore delle musiche di “The Court Of The Crimson King”, “I Talk to the Wind” e coautore del resto delle canzoni con Fripp), Lake e Giles abbandoneranno il gruppo per seguire altre strade( Lake entrerà a far parte del famosissimo gruppo degli Emerson, Lake and Palmer) e Fripp dovrà trovare nuovi sostituti per continuare l’opera iniziata con “In The Court Of The Crimson King”, ma questa è un’altra storia.

lunedì 25 aprile 2011

Opeth - Watershed (2008)


Quando nel 2005 gli Opeth pubblicarono “Ghost Reveries”, ad ora penultimo lavoro della band svedese, l’oceano di fan al loro seguito si divise in due.
Da una parte (la più sostanziosa) i fan del vecchio sound, legati agli album più celebri, da “Orchid” a “Blackwater park”, senza dimenticare i più recenti album “gemelli” “Deliverance” e “Damnation”, e dall’altra gli entusiasti della nuova via intrapresa dalla band.

“Ghost Reveries” presentava una svolta più melodica e progressiva, riduceva al minimo le growl vocals, inseriva in maniera ufficiale (e molto consistente) le tastiere vintage di Per Wiberg.
Senza dubbio qualche cosa era già cambiato con l’uscita di “Damnation”, dove Akerfeldt eliminava completamente il growl per utilizzare il suo inconfondibile e caldo timbro pulito; inoltre le distorsioni comparivano in maniera sporadica e l’andamento dei pezzi prendeva una piega in generale più settantiana.
“Ghost Reveries” rappresentava comunque una svolta fondamentale nella carriera della band: rimaneva la vecchia vena puramente death in brani come “Ghost of perdition”, “The Baying of the Hounds” di fianco a pezzi esclusivamente progressive come “Harlequin Forest” o la bellissima “Hours of welth”.
Le tastiere dell’iperattivo Per Wiberg (organista/tastierista nella stoner rock band Spiritual Beggars, nei Clutch e nei King Hobo, formazione svedese dedita ad un blues rock acido e robusto) sono diventate fondamentali: il musicista entra definitivamente nella formazione; ricordiamoci infatti come in “Damnation” le tastiere erano state registrate dal leader dei Porcupine Tree, Steve Wilson, sotto direttive dello stesso Akerfeldt.

Nel 2008, dopo due cambi di formazione (Martin Axenrot sostituisce Lopez alla batteria, mentre l’ex Arch Enemy Fredrik Akesson prende il posto del chitarrista Peter Lindgren) la band entra in studio per registrare quello che sarà il loro, ad oggi, album più recente: “Watershed”.
Stilisticamente continua il discorso cominciato con “Ghost reveries”, allontandosi sempre di più dalla matrice death metal, che a detta del leader continua pero’ ad essere ancora la vera spinta compositiva della band.
Il lato prog degli Opeth diventa protagonista a tutti gli effetti, dal sound molto seventies della fantastica “Burden” dove troviamo il primo solo di organo in tutta la carriera della band, alla sperimentazione acustica dell’opener “Coil” (la prima canzone degli Opeth dove compare una voce femminile, in questo caso della cantante svedese Natalie Lorichs).
Non mancano i momenti più metal oriented: i blast beats e il growl di “The Lotus eater”, l’andamento enigmatico e vagamente alla “Blackwater park” di “Heir Apparent”, per prendere due esempi.
Traccia più particolare è “Hessian Peel”, che alterna parti completamente acustiche a sezione progressive e molto articolate.
Non manca il lato più easy listening: “Porcelain Heart”, secondo singolo estratto, con i suoi passaggi di chitarra classica e il ripetitivo riff dei breaks, e la già accennata “Burden”.
Quest’ultimo brano è sicuramente tra i momenti più alti non solo di “Watershed”, ma di tutta la carriera della band: il pezzo è libero dai vincoli del death metal, e si stabilizza sull’alternanza di strofa melodica e break strumentali che grazie agli interventi solistici di Wiberg e dei chitarristi diventano memorabili.
Il gusto della melodia di Akerfeldt si comprende bene ascoltando questi ultimi soli di chitarra, tutt’altro che complicati, tutt’altro che scontati.
Chiude il brano un outro di chitarra acustica, che aggiunge il tocco di classe finale ad una composizione perfetta.
Molto interessante è anche “The Lotus Eater”, aperta da un vocalizzo di Akerfeldt interrotto da una sezione di blast beats dove si alternano clean e growl vocals.
La parte strumentale centrale mostra l’abilità tecnica della band al meglio, nonché l’amore del leader per un certo prog che scomoda nomi quali King Crimson e Gentle Giant.




In definitiva se dovessi consigliare un album degli Opeth a qualcuno che ne fosse completamente a digiuno, consigliere proprio questo.
Un capolavoro come “Blackwater park” ha bisogno di ascolti su ascolti per essere apprezzato al cento per cento, lo stesso vale per il meraviglioso “Still Life” (questo invece lo consiglio a chi vuole ascoltare la vena più progressive rock della band); “Watershed” invece risulta quasi immediato nella sua varietà stilistica e sonora, dove niente è fuori posto e niente risulta trascurabile.

Extreme metal corner: Burzum - Fallen (2011)


Senza addentrarmi in una vera e propria recensione voglio segnalare a chi ancora non avesse avuto l’occasione di ascoltarlo l’ultimo album di Burzum, “Fallen” uscito per Byelobog Production(di proprietà dello stesso Varg Vikernes) in questo 2011.
Per chi non avesse mai sentito nominare Burzum consiglio di informarsi un po’, in quanto tutto è stato detto e non spetta a me raccontare la sua “maledetta” storia.
Basti sapere che il personaggio è fondamentale nella storia non solo del black, ma di tutto il movimento metal.
Dopo la scarcerazione avvenuta il 24 maggio 2009 (egli era infatti detenuto per omicidio dal 1993) Varg Vikernes, aka Burzum, dà alla luce due album nel giro di 2 anni: “Belus” (2010), e quello di cui stiamo trattando, “Fallen”.
Siamo giusto un pochino lontano dai primi (nonché leggendari) lavori del tormentato Conte; i tempi, dopo la parentesti dilatata ambient, ritornato a stabilizzarsi sui ritmi classici del sound di Burzum.
Quello che saltà più all’occhio è l’inserimento di un certo gusto melodico, soprattutto nei riff e negli intermezzi in clean vocals.
Lo scream è sempre quello acido e feroce del Conte, ma l’effetto cambia (in meglio) in quanto il tutto è poggiato su una solida base di riff che in qualche modo rimandano all’operato dei gloriosi Bathory, in termini di suono e uso delle melodie.
Non mancano i momenti puramente black come in “Vanvidd”, ma non risultano altro che essere i meno originali: dopo 20 dalla storica scena norvegese non ci stupiamo più di fronte a blast beats torrenziali e a semplici riff ultra distorti ripetuti all’ossessione.
Dall’altro lato, ovvero dei brani più originali, troviamo la buona “Jeg Faller”, dove il Conte utilizza la voce pulita per un brevissimo ma efficace ritornello.
Interessante è anche “Budstikken” che sebbene i suoi dieci minuti circa di durata si avvicina, se vogliamo, all’operato degli ultimi (immortali, se continuano di questo passo) Darkthrone.
La conclusione spetta a “Til hel og tilbake igjien” (maledetto norvegese!) che conferma l’amore di Varg Vikernes per il genere musicale ambient (purtroppo con modesto risultato, lontano dai lavori solisti di un certo Wongraven!), nel suo caso caratterizzato dall’andamento oscuro ed enigmatico.
Per chi fosse totalmente a digiuno di black metal, genere di cui se si parla lo si fa in negativo, per vari motivi più o meno validi, consiglio questo album per farsi un’idea sommaria delle coordinate di un genere (in questo caso riletto in chiave particolare) per il quale l’amato/odiato Burzum ha dato tanto.
Di gruppi e album storici della scena black metal norvegese spero di riuscire a parlare più avanti, magari dedicando qualche articolo un po’ più approfondito per uno dei generi musicali più controversi di sempre.

domenica 24 aprile 2011

Rainbow - Rising (1976)


Quella di cui voglio parlare oggi è una delle pietre miliari dell’hard rock degli anni ‘70, sebbene non sia considerato da molti all’altezza di altri altrettanto incredibili capolavori musicali: “Rising” dei Rainbow, progetto capitanato dal leggendario Ritchie Blackmore.
Facciamo un passo indietro.
Nel 1974, dopo le registrazioni in studio di “Stormbringer” e il relativo tour mondiale, Blackmore abbandona i Deep Purple (per la prima volta; ricordiamo che chiuderà definitivamente i rapporti con il gruppo solo nel 1993 a causa di problematiche soprattutto con Ian Gillan) a causa di screzi con la maggior parte dei componenti della band.
In quel periodo gli interessi musicali del chitarrista si ampliarono sul fronte della musica rinascimentale e seicentesca, come da lui stesso affermato in più interviste del periodo: Blackmore acquisterà elementi nuovi ed innovativi all’interno del suo fraseggio che cambierà in maniera consistente.
Già dai brani da lui composti si “Stormbringer” si nota la nuova via artistica dello scontroso artista; appena libero dai vincoli dei Deep Purple mette in piedi una nuova formazione, i Ritchie Blackmore’s Rainbow, che nel 1975 registrano in studio l’omonimo album di debutto.
Il sound è senza dubbio innovativo: ci avviamo verso la creazione del sound hard’n’heavy, con riff che si allontanano dal blues e acquistano una certa “epicità”, le prime inserzioni di synth e le tematiche vagamente fantasy tanto care al chitarrista inglese.
L’anno dopo i Rainbow registrano in studio quello che è il loro capolavoro: “Rising”.
La line up è completamente rinnovata, ad esclusione della riconferma di Ronnie James Dio dietro al microfono; alla batteria troviamo Cozy Powell, Jimmy Bain al basso e Tony Carey alle tastiere.




L’album si apre con un grandissimo classico della band, “Tarot Woman”, che profetizza una decina di anni prima quello che sarà il sound delle prime storiche band heavy metal (inteso come metal classico) britanniche.
Grandissima la prova vocale di un non ancora celebratissimo R.J. Dio.
“Starstruck” è forse il brano più classic rock oriented, dove è impossibile non notare l’influenza (come non poteva succedere?) dei Deep Purple nella strofa; resta comunque un grandissimo pezzo.
Altra grandissima canzone è “Do you close you’re eyes” vero e proprio brano hard & heavy, mentre la lunga e più articolata “Stargazers” cattura meno l’attenzione ma rimane comunque molto interessante: un uso delle tastiere che sarà proprio di un certo sound metal della fine degli anni ‘80 (e ‘90...power metal insomma) e un andamento da roccioso mid tempo sono le sue particolarità.
La vera sorpresa, il vero pezzo forte dell’album, è pero’ la conclusiva “A light in the black” che senza dubbio definisco uno dei primi brani heavy metal (il sound dei lavori solisti di Dio deve in grandissima parte alla sua militanza nei Rainbow): la canzone è sorretta da un riff che l’ascoltatore più giovane non esiterà a confrontare con i più noti degli Iron Maiden maturi (da “Powerslave” in poi) o ancora dei Metal Church, e perché no dei Saxon.
“Rising” è quindi un capolavoro definitivo, una album che reinventa il sound hard degli anni ‘70 proiettandolo direttamente nei più heavy anni ‘80; un vero e proprio ponte insomma.
Per quanto riguarda gli album successivi della band consiglierei l’altrettanto fondamentale “Long live Rock’n’roll” (1978) e “Down to earth” (1979) che vede l’entrata del grande Graham Bonnett alla voce.
Per il resto tornerò ad occuparmi dei mitici Rainbow in futuro.

sabato 23 aprile 2011

Led Zeppelin - We’re gonna groove (bootleg, 1971)


Brevemente volevo segnalare un bootleg dei Led Zeppelin registrato in Canada e risalente al 1971, che prende il nome di “We’re gonna groove”.
Il live in supporto di “Led Zeppelin IV” si articola in brani tratti da tutti gli album fino ad allora pubblicati, tra cui la nuovissima “Stairway to Heaven” come chiusura del concerto.
La qualità non è altissima, anzi, ma secondo il mio parere restituisce bene l’idea della resa live della band: “Heartbreaker”, che apre la serata, e “What is and what should never be” (per chi non lo sapesse tratte entrambe dal II, 1969) ne sono l’esempio.
Nella scaletta figura anche “We’re gonna groove”, brano scritto dall’artista soul Ben E. King, cover che (naturalmente arrangiata) gli Zeppelin eseguivano spesso fino all’inizio degli anni ‘70 (ufficialmente entrata nella discografia con l‘uscita di “Coda”, 1982) .
Una versione decisamente all’altezza di “Since i’ve been loving you” (la maggior parte delle versioni live del brano sono modificate e stravolte da Plant, che raramente canta le linee vocali registrate sull’album, con risultati a volte non proprio al top) con l’organo suonato da Jones in primo piano, ci avvia verso la fine; “Whole lotta love” e “Stairway to Heaven” chiudono il concerto alla grande.




Tracklist:
1 - Heartbreaker
2 - Thank You
3 - That’s the way
4 - What is and what should never be
5 - Communication Breakdown
6 - We’re gonna groove
7 - Since i’ve been loving you
8 - Heartbreaker
9 - Stairway to Heaven

H.P. Lovecraft - H.P. Lovecraft (1967) & Lemon Pipers - Jungle Marmalade (1968)


Gli statunitensi H.P. Lovecraft sono diventati negli anni un vero e proprio gruppo di culto tra gli appassionati del sound psichedelico delle fine dei seventies.
In effetti la vita della band ebbe breve corso,due anni (1967-1969), ed appena due album pubblicati (se non consideriamo un live e due album successivi usciti però sotto altri nomi): conclusa l’avventura il gruppo è presto caduto nel dimenticatoio.
I cultori della psichedelia, del nascente sound che mescolava sperimentazione, strutture più articolate e immagini surreali e allucinate ebbero però pane per i loro denti.
L’album che consiglio è il primo, omonimo (anche se a dir il vero anche il secondo porta il nome della band affiancato ad un poco originale II): dieci brani (ancora) tutti dalla durata abbastanza contenuta che mescolano il profetico sound alla Jefferson Airplane con la struttura più semplice del blues, gli accenni folk con momenti di pura sperimentazione sonora.
Ascoltare l’opener “Wayfaring stranger” per capire come il folk ebbe un ruolo determinante nella genesi della psichedelia che poi porterà alla nascita delle prime cellule prog (basti pensare a band quali Comus, o ancora più semplicemente ai Jethro Tull); non mancano neanche i rimandi al pop, come dimostra “Let’s get togheter”, il sound più elaborato di “I’ve been wrong before”, oppure ancora la (quasi beatlesiana) scanzonatoria “The time machine”.
 
Stessa sorte ebbe un’altra interessante band statunitense che opero’ proprio nei 2/3 anni in cui furono in piena attività anche gli H.P.L.: i Lemon Pipers, direttamente dall’Ohio.
Se per il gruppo precedente abbiamo parlato di una forte componente folk, di sound più curato e tendente alla sperimentazione quasi progressiva, in questo caso le cose si semplificano decisamente.
I Lemon Pipers (anche loro fautori di soli due album in studio) registrano nel 1968 il lavoro di cui parlerò brevemente, cioè “Jungle Marmalade”.
Già dal titolo fantasioso e dalla bella copertina colorata capiamo che l’influenza degli ultimi Beatles deve essere presente in qualche modo; in effetti, sebbene la band sviluppa un sound personale e molto convincente, gli echi dei quattro di Liverpool ci sono, e qua e là si sentono affiorare.
La coloratissima e immaginifica psichedelia delle più o meno importanti band statunitensi del periodo si fonde col blues più puro e con la forma canzone semplice e diretta in brani come “Hard core”, mentre la grande influenza beatlesiana è elaborata alla grande in brani quali “Love beads & meditations” o l’opener “Jelly Jungle”.
Non manca la visionarietà dei testi (“I need someone” o la stessa “Jelly Jungle”) e nemmeno la struggente ballad “Everything is you” che fa il verso ad un certo sound “popeggiante” alla Procol Harum.
Molto bella e interessante è la malinconica “Mirrors”, che riassume nella sua breve durata il sound ricco ma allo stesso tempo subito comprensibile della band.
Due buoni album per due band poco conosciute, che sicuramente nel loro piccolo hanno contribuito a rendere grande la scena ricca ed entusiasmante della psichedelia statunitense.

venerdì 22 aprile 2011

Deep Purple - Last concert in Japan (1977)

Tutti hanno ascoltato almeno una volta (o almeno sentito nominare, spero!) il mitico "Made in Japan", il leggendario live registrato dai Deep Purple durante il tour in Giappone del 1972.
Impossibile dimenticare l'energia di "Higway star" presentata quasi in anteprima al pubblico mondiale con questo live, o la leggendaria performance vocale di Gillan in "Child in Time".
E la lunghissima versione di "Space Truckin", i giochetti vocali di Gillan in "Strange kind of Woman"?
Cose dell'altro mondo.


L'album stampato in due lp venne poi trasportato su cd unico, mentre le ultime riedizioni (dal 1998) comprendono un ulteriore disco con i bis ("Black night", "Speed king" e "Lucille").
Insomma "Made in Japan" rappresenta il caso (raro) in cui un live rientra decisamente tra i capolavori della band, superando addirittura molti titoli registrati in studio.

Quello di cui vorrei parlare brevemente oggi non è pero' questa pietra miliare del rock settantiano, ma un altro molto meno noto, registrato sempre in Giappone, nel 1975 ma distribuito solo due anni dopo (e nella versione completa nel 2001).
Il tour è quello in supporto a "Come taste the band" (1975), il decimo album in studio e il terzo con la presenza di David Covrdale alla voce e Glenn Hughes al basso (la nuova formazione era già presente da "Burn" del 1974 e "Stormbringer", 1975).
"Come taste the band" è anche il primo album dopo la prima dipartita di Blackmore: al suo posto viene reclutato un giovane e promettente chitarrista, Tommy Bolin.

Il live venne registrato con questa formazione il 15 dicembre 1975 al Budokan di Tokyo: la scaletta presenta 3 brani dall'ultimo "Come taste the band", un brano tratto da "Burn" e un altro da "Stormbringer", 2 da "Machine Head" più una ripresa strumentale di "Woman from Tokyo" e "Wild Dogs", brano interamente composto e cantato dal nuovo arrivato Bolin.


La maturità acquisita da Coverdale alla voce è impressionante: dietro al microfono dimostra una sicurezza incredibile, anche con i pezzi di Gillan ("Smoke on the Water" e "Highway Star"), nonchè un carisma non comune.
Hughes non è da meno nei suoi interventi vocali (ascoltare la sua strofa in "Smoke on the water" per credere), anche se i famosi acuti di "Burn" non raggiungono il livello di un altro altrettanto valido live registrato l'anno prima, il mitico "California Jam".
I tre brani tratti da "Come taste the band" acquistano maggiore credibilità, anzi, risultano più compatti ed energici rispetto alla versione in studio.

Per quanto riguardo la prova alla chitarra di Bolin, bisogna notare come siamo distanti anni luce dall'universo di Blackmore: Bolin è un chitarrista innovativo, che guarda già agli anni '80, ai riff di un certo glam o se vogliamo sleazy rock (ascoltare la sua "Wild Dogs", che anticipa su diversi lati quello che sarà la norma per la maggior parte del rock fine '70 inizio '80).
Purtoppo Bolin scomparirà prematuramente solo un anno più tardi, il 4 dicembre 1976.


Questo live rappresenta quindi un'unica testimonianza dell'energia on stage di una formazione rinnovata e proiettata verso progetti di diversa natura, sempre guidata dallo spirito e dalla volontà del grande Lord, ma attraverso la potenzialità di giovani musicisti quali Coverdale e del compianto Bolin.

giovedì 21 aprile 2011

Prog in breve: New Trolls - Concerto grosso per i New Trolls (1971)

Concerto grosso è un termine che indica una forma musicale ampiamente utilizzata nel XVII secolo da parte di innumerevoli compositore, soprattutto sul versante italiano (Corelli su tutti).
La struttura è decisamente particolare in quanto l'orchestra è divisa in due organici: quello principale, che comprende la maggior parte dei musicisti, si contrappone al cosiddetto "concertino", cioè un gruppo di solisti che dialoga e si alterna nell'esposizione dei diversi temi con il primo.
La differenza principale con il concerto solista (altra forma musicale utilizzata all'epoca, sopravvissuta poi anche nei secoli successivi) sta proprio nel fatto che nel concerto grosso i solisti sono più di uno, e spesso lavorano come organismo autonomo.
A comporre il "concertino" spesso figuravano non più di 3 o 4 strumenti più basso continuo, eseguito solitamente con il clavicembalo o meno di frequente con un arciliuto, o una tiorba.
L'effetto desiderato era quello di dare l'idea di dialogo vero e proprio tra le due parti dell'orchestra, senza dimenticare il reciproco scambio di idee tematiche e ritmiche.

Puo' sembrare quindi un po' ambizioso chiamare un album con il nome di "Concerto grosso"; in realtà la struttura dell'album richiama decisamente quella del concerto grosso, per non parlare poi del fatto che gli strumenti della band si comportano spesso come un vero e proprio concertino seicentesco.
I New Trolls registrano nel 1971 questo album, ideato dal direttore d'orchestra argentino Luis Enriquez Bacalov, accompagnati dall'orchestra diretta dallo stesso compositore: il risultato è stupefacente.
I New Trolls sono alla loro terza uscita discografica, e si lanciano sul panorama (dove si inizia a parlare di un certo prog di stampo italiano) con un progetto ambizioso, forse anche un po' rischioso.

L'album è composto da quattro tracce, in rimando ai tipici quattro movimenti della forma del concerto grosso (e non solo, ma anche del concerto solista e di quello di gruppo prima e della sonata poi) con tanto di titoli quali "Allegro" o "Andante con moto".
A rispecchiare di più la fusione tra il mondo classico e quello rock è la prima traccia, un vero e proprio esercizio di stile compositivo: l'orchestra è perfettamente contrapposta alla band guidata dal flauto di De Scalzi, dando l'impressione del dialogo tra le parti che sta alla base della forma del concerto grosso.
Il quarto "movimento" dell'opera è esplicitamente dedicato a Jimi Hendrix: il grande chitarrista era infatti scomparso l'anno precedente; il brano cerca anche di inserire nello stile tipico della band italiana quello che Hendrix aveva portato all'interno del rock, ovvero feeling e energia applicati all'improvvisazione e non solo.
Infatti ci distacchiamo totalmente questa volta dai rimandi seicenteschi per avvicinarci ad un rock lievemente bluesy accompagnato dall'organo di Salvi.

Chiude l'album una quinta traccia, non facente parte dell'opera vera e propria, che consiste in una jam session della band in sala prove della lunghezza di 20 minuti e lasciata rigorosamente intatta.
Qui si possono notare benissimo le singole abilità dei componenti della band: la chitarra graffiante di Nico Di Palo, non per niente chiamato più volte "il piccolo Hendrix italiano", il flauto di De Scalzi e la batteria di Gianni Belleno.


Fondamentale per chi vuole avvicinarsi al mondo del progressive, italiano e non solo.

Jimi Hendrix - Band of Gypsys (1970)

Siamo nel 1969.
Cosa sta succedendo nel panorama musicale mondiale?
Beh, è un anno ricco di uscite, alcune veramente rivoluzionare, altre decisamente trascurabili, per non dire inutili.
Vediamo cosa di bello potevamo acquistare per inserire nel nostro altrettanto bel giradischi.
E' l'anno in cui i Pink Floyd registrano il mitico "Ummagumma", che dalla psichedelia  disturbata di "The Piper..." vira verso una direzione più progressiva e sperimentalista; è l'anno in cui i Deep Purple pubblicano l'omonimo disco, ancora decisamente acerbo sebbene preceduto da altri due lavori (al basso c'era ancora Nick Simper e alla voce Rod Evans) in studio; i Beatles sull'onda del successo del film "Yellow Submarine" (1968) pubblicano l'omonimo album con i brani facenti parti della colonna sonora; e ancora, come non citare i primi due album dei Led Zeppelin dei quali sicuramente parlero' in futuro dettagliatamente.
E ancora uscite su uscite: il secondo album di Bowie, il leggendario "Phallus Dei" degli Amon Duul II, esponenti di punta della nascente scena krautrock, per non parlare di "In the court of the crimson king"!
Anno decisamente ricco quindi: progressive, l'ormai affermato sound dei Led Zeppelin, il nuovo rock cosmico tedesco e chi più ne ha più ne metta.

Ma per tante cose che iniziano, una su tutte finisce: nel 1969 si sciogliono definitivamente i  Jimi Hendrix Experience.
Hendrix, astro non più nascente ma già decisamente affermarto, ferma la macchina perfetta che aveva creato tre capolavori del rock mondiale: "Are you Experienced", "Axis: bold as love" e "Electric ladyland".
Tutto questo nell'arco di circa tre anni, accompagnato dai grandissimi Mitch Mitchell (batteria) e Noel Redding (basso).
Hendrix non ne vuole sapere di appendere la chitarra al muro e subito (spinto anche da obblighi di natura contrattuale) forma una nuova band, i Gypsy Sun and Rainbows.
La vita del gruppo si esaurisce subito, o se vogliamo confluisce nel progetto più stabile dei Band of Gypsys: Hendrix recluta Billy Cox al basso e Buddy Miles alla batteria e il nuov trio è formato.

L'unica testimonianza che abbiamo di questa formazione è appunto l'album di cui vorrei parlare, che porta il nome del gruppo: in realtà il gruppo registrò in studio diverse canzoni che pero' non sono comparse fino su disco fino al 1997.
"Band of Gypsys", infatti, è la registrazione live del concerto tenutosi il 1 gennaio 1970 a New York, al mitico Fillmore East.
Ci troviamo di fronte ad un live a tutti gli effetti quindi...e si sa che molti appassionati preferiscono la dimensione in studio per ammirare la qualità e la tecnica dei musicisti.
Ma questo album non è un semplice live, come tanti ne sono usciti negli anni sotto forma di bootleg; è una vera è propria testimonianza della potenza live di Jimi , del suo feeling incredibile non solo sullo strumento ma nell'insieme, dell'attaccamento alle radici blues che a loro volta sembrano salde come non mai al terreno della musica afro-americana....incredibile!
Jimi si butta alle spalle la sperimentazione sonora e compositiva, prende la chitarra e si lascia andare alle blue notes accompagnato da una sezione ritmica dal groove irraggiungibile.
I brani, senza mettere in secondo la struttura sulla quale sono composti, diventano inevitabilmente jam ricche di dialogo tra gli strumenti e le voci (Miles e Cox cantano anche), pienissime di momenti veramente unici nella discografia di Hendrix.
La psichedelia lievementre allucinata di brani immortali quali "Third stone from the sun", oppure il distorto innovativo di canzoni come  "Spanish castle magic" sembrano aver fatto un passo indietro: Hendrix recupera il sound delle origini, lo trasforma in mille modi, ma suona sempre un feroce blues.

I brani sono tutti ad un livello altissimo, nella qualità e nell'esecuzione: effettivamente se gli stessi pezzi fossero stati registrati in studio non ci sarebbe stata una grande differenza di resa, secondo il mio parere.
"Changes" (scritta e cantata da Miles) su tutti ci vuol fare capire la nuova direzione intrapresa da Hendrix con il nuovo trio, sfiorando i confini col funky e un feeling quasi soul alla voce.
"Machine Gun" dall'altra parta porta tutti sulla dimensione della jam, o comunque della maggiore libertà improvvisativa...ma la parola d'ordine è sempre quella: blues!
E lo possiamo vedere dalla fantastica "Power of soul", aperta da una serie di lick da paura, cantata alla mitica  "maniera" di Jimi, dove pero' non si sviluppa una vera e propria sezione di improvvisazione.
Dal groove funkeggiante e coinvolgente al massimo è "Message to love", dove inoltre troviamo un paio di assoli veramente ineguagliabili (a prescindere dal fatto che parliamo di Jimi Hendrix).
Chiude l'album "We gotta live togheter" l'altro brano interamente composto (e cantato) da Buddy Miles, che dimostra come il trio avesse raggiunto una grandissima intesa musicale e non.

Ci tengo a segnalare questo album proprio perchè spesso non è considerato alla pari degli altri 3 capolavori del mitico Jimi Hendrix, ma anzi, un mediocre live, registrato forse anche a corto di idee per adempire in fretta a voleri contrattuali.
In realtà questa è la testimonianza più pura di come uno dei più grandi musicisti moderni concepiva la musica e la sua esecuzione dal vivo.
In una scena musicale che puntava verso il futuro, verso l'innovazione, dove anche la tanto sfruttata psichedelia era già quasi superata, il buon vecchio Jimi prendeva la chitarra e insieme a due buoni amici andava avanti di blues.

E suonava solo quelle, ma fondamentali, blue notes.