venerdì 20 maggio 2011

Metamorfosi - Inferno (1973)

Se dovessi consigliarvi qualche album italiano degli anni ‘70, a prescindere dal genere e dallo stile, ma basandomi sull’originalità, sull’abilità compositiva e sulla forza emozionale non avrei dubbi: sicuramente “Inferno” dei Metarfosi sarebbe tra i primi che citerei.
Non trovo molte parole per descrivere questo lavoro, secondo il parere di chi scrive, uno dei punti più alti del progressive rock italiano e non, ricchissimo delle più disparate influenze rimanendo comunque chiaro e godibile in ogni sua sfaccettatura.
“Inferno” è il secondo album di una band tanto grandiosa quanto poco conosciuta al giorno d’oggi al grande pubblico: i Metamorfosi.
Formatisi nel 1970 per volere del carismatico e abilissimo leader Jimmy Spitaleri e del tastierista Enrico Olivieri, registrano e pubblicano due album (1972, “..e fu il sesto giorno” e il nostro “Inferno”, 1973) per poi interrompere l’attività musicale solo pochi anni dopo, nel 1975.
Nell’ultimo decennio la band è tornata in attività, con la pubblicazione di “Paradiso” nel 2004 senza dimenticare la rinnovata attività concertistica (inoltre nel 2009 Spitaleri è entrato a far parte delle Orme in sostituzione dello storico Tagliapietra, registrando con la band l’ultima fatica in studio “La via della Seta”, 2011).

Oltre ai già citati fondatori troviamo nella line up che registò “Inferno” Roberto Turbitosi al basso, già in forze alla band dal disco precedente, e la nuova entrata dietro le pelli di Gianluca Herygers.
L’album si propone come un dantesco viaggio all’Inferno, tra i peccati e i lati oscuri dell’essere umano, nei gironi dove eternamente si dannano gli avari e i violenti, i lussuriosi e gli assassini, senza dimenticare i “più attuali” razzisti e spacciatori di droga.
Mai più sound fu più adatto per rappresentare questa discesa agli inferi: il ruolo predominante delle tastiere crea atmosfere grandiose, tra l’epico e l’inquietante, il malinconico e l’euforico.
I ricchissimi cambi di tempo rendono questa lunghissima suite una creatura dalle mille facce, alcune dalla bellezza incredibile altre dalla smorfia di disperazione.
Un sunto di quello che sentiremo è il primo brano, “Introduzione” che nei suoi sette minuti (è il pezzo più lungo) dimostra le incredibile risorse della band: l’apertura organistica è di grande effetto, la voce di Spitaleri sicura e declamatoria si posa sopra al malinconico suono di un clavicembalo, che verrà poi sostituito dai più moderni sintetizzatori che creeranno una vera e propria cavalcata strumentale tra le più efficaci dell’album.
Il viaggio inizia con l’incontro con Caronte dopo il passaggio attraverso alle severe porte dell’Inferno, che invitano alla liberazione da ogni speranza e a rassegnarsi ad un’eternità di dolore e sofferenza.
Il primo grande incontro si ha con gli spacciatori di droga, in un episodio ricco di forza e di pathos, dove troviamo anche una sezione strumentale all’altezza di quella già ascoltata nel brano di introduzione.
Uno dei pezzi migliori di tutto il lavoro.




Con “Lussuriosi” l’atmosfera cambia, a metà tra il tragico e il rassegnato, una dichiarazione di presa coscienza dei propri peccati che posa sopra una bella base di clavicembalo.
E dopo di loro troviamo gli “Avari”: ancora un cambio di atmosfera, ma sempre una triste constatazione della pena eterna per i peccati commessi sulla Terra.
Ottimi i passaggi di synth tra una strofa e l’altra.
“Violenti” e “Malebolge” ci accompagnano in altri gironi, tra ritmiche cangianti e bellissimi passaggi di organo (vero e proprio strumento principale dell’album), frasi soliste di synth e atmosfere evocative; in “Malebolge” la voce di Spitaleri da una delle sue prove migliori, accompagnato da una sezione ritmica dove è chiaramente possibile ascoltare il basso, prima forse un po’ nascosto.
E’ il turno degli “Sfruttatori” e dei “Razzisti”, ai quali sono affidate terribili pene; la musica è ancora grandiosa e ricchissima, efficace in ogni sua soluzione, piena di espdienti sonori totalmente azzeccati (l’alternarsi tra organo e synth per esempio).
Giungiamo alla fine del viaggi con “Lucifero (Politicante)” e “Conclusione”; nel primo caso vale quanto già detto, mente il secondo brano è un bell’outro di circa un minuto e mezzo, che citando Dante narra del ritorno alla situazione terrena e dell’abbandono delle terre infernali.
Un viaggio da fare, senza se e senza ma.

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